Le preferenze non penalizzano le donne. Penalizzano chi non ha voti.
Ogni volta che si torna a parlare di reintrodurre il voto di preferenza, puntualmente si ripropone lo stesso copione. Questa volta a scendere in campo è un gruppo bipartisan di deputate che descrive le preferenze come una sorta di minaccia per la rappresentanza femminile. Un allarme che, a ben vedere, poggia su un presupposto piuttosto singolare: che affidare agli elettori la scelta dei candidati finisca, per una qualche misteriosa legge della politica, con il favorire gli uomini e penalizzare le donne.
È una tesi suggestiva, ma priva di qualsivoglia fondamento logico. Il voto di preferenza non possiede certo un cromosoma. Non distingue tra uomini e donne, ma tra chi raccoglie consenso e chi, invece, quel consenso non riesce proprio a costruirlo.
Ed è proprio questo il punto che nel dibattito si cerca accuratamente di aggirare. Le preferenze non fanno paura alle donne. Fanno paura a chi vive di nomina. Uomini e donne indistintamente. A chi ha costruito la propria carriera più nei corridoi delle segreterie che nelle piazze, più davanti alla porta del capocorrente di turno che davanti agli elettori, più grazie alla fedeltà al capo che alla fiducia dei cittadini.
Per anni le liste bloccate hanno trasformato il Parlamento in un luogo dove la selezione della classe dirigente dipendeva soprattutto dalla benevolenza dei vertici di partito. In quel sistema il rapporto con il territorio diventava spesso un dettaglio, mentre la posizione in lista valeva molto più della capacità di convincere gli elettori.
È comprensibile, quindi, che l’idea di restituire ai cittadini una parte di quel potere susciti più di qualche preoccupazione. Meno comprensibile è cercare di trasformare una questione di autoconservazione politica in una battaglia per i diritti delle donne.
Anzi, proprio questo racconto finisce per sminuire quelle donne che ogni giorno dimostrano il contrario. Sindache, amministratrici locali, consigliere comunali e regionali che il consenso se lo conquistano sul campo, una campagna elettorale dopo l’altra, spesso battendo colleghi uomini senza invocare scorciatoie lo corsie preferenziali.
Le donne che fanno davvero politica nei territori non hanno motivo di temere le preferenze. Semmai sono le prime a chiedere che siano gli elettori a decidere chi merita di rappresentarli.
Per questo gli appelli contro il ritorno delle preferenze appaiono poco credibili. Più che la difesa della parità di genere, sembrano raccontare il timore di perdere una rendita garantita dal sistema delle liste bloccate. Non è una battaglia per la democrazia; è la fisiologica resistenza di chi sa che il giudizio delle segreterie è spesso molto più indulgente di quello dei cittadini.
Aggiornato il 08 luglio 2026 alle ore 10:57
