I soldi non puzzano mai per comunisti da salotto e soloni del pro-Pallismo
“Il caffè amaro di oggi lo prendiamo con...” è l’hook personal brand di Andrea Lombardi che, sorseggiando una tazza di caffè, in un format sagace e tagliente – del quale io sono fedele ascoltatore e che spopola da tempo sui social e sulle piattaforme online – commenta e analizza la notizia politica o d’attualità più rilevante del giorno. Sono certo che al buon Lombardi proprio non piacerà l’accostamento di un giovane comunista in erba alla semantica del (suo) caffè liberale, ma è indubbio che stavolta la tazzina amara dovrà mandarla giù il fervido anticapitalista pro-Pal, Raffaele Giuliani – l’esperimento sociale della sinistra italiana, lanciato e lasciato spopolare sul web in chiave propagandistica – a causa del polverone che ha sollevato la sua ipocrita collaborazione al nuovo format di dibattito politico sponsorizzato da Lavazza.
Ventiquattrenne, fenomeno dei social, volto incredibilmente televisivo e fascino di chi scimmiotta l’intellettuale agè, abile comunicatore (gli va riconosciuto), uno di quei benpensanti che sanno come apparire e ai quali è facile riconoscere una certa aura da pontificatore seriale. Ad ascoltarlo sembra di sentire un antiquato signore della Russia dell’Ottocento: il paradosso del guerriero rosso in grado di far breccia nell’elettorato più giovane, ma vecchio nelle idee. Diffonde la manfrina del politicamente corretto a tutti costi e si fa sacerdote della tassa patrimoniale. Presenza fissa nei salotti radical di La7, in televisione spiega che l’Italia sarebbe un Paese migliore se si impegnasse a colpire con decisione i patrimoni – per rendere autentica la rivendicazione contenutistica del concetto di “sinistra”, a detta sua – se boicottasse le multinazionali che hanno rapporti con lo Stato di Israele e probabilmente anche se producesse un modello di cosa pubblica fondato sui patentini ideologici dell’anti-fascismo. Insomma, proprio come gli piace apparire: un comunista che ritiene doveroso farsi fotografare col pugno alzato dietro una torta raffigurante la falce e il martello, durissimo contro il capitalismo e paladino della galassia pro-Pal che si batte per la Palestina “libera dal fiume al mare” (ergo un antisemita, direbbe qualcuno).
Ci sarà qualcosa oltre gli slogan acchiappa-like e acchiappa-fessi? Per il momento pare di no. Ma dietro questo fermento ideologico c’è una chicca che manda al diavolo fiumi di retorica: lotta di classe e boicottaggio pro-Pal sì ma solo fino al caffettino del “Basement Cafè Society by Lavazza”. Come dicevamo in apertura e per come è ormai noto ai frequentatori del web con l’algoritmo impazzito che mostra a raffica spezzoni della trasmissione, l’autodefinito “socialista dentro” Raffaele Giuliani ha da poco iniziato a condurre la nuova tribuna di dibattito politico giovanile sponsorizzata dal colosso del caffè, 4 miliardi di fatturato annuo – di certo non la più autentica realtà anticapitalistica – azienda leader nel mercato israeliano del caffè che collabora con Eden Springs, gruppo che imbottiglia e distribuisce acqua delle alture del Golan, ex territorio siriano conquistato da Israele nella guerra dei sei giorni del 1967 e annesso unilateralmente nel 1981, e inserita in ogni lista di boicottaggio dei collettivi per le sue commesse israeliane. Il cuore è a sinistra ma il portafoglio a destra per chi si riempie la bocca di Marx, di noiosissima retorica antisionista e poi si inginocchia a baciare la mano del padrone non appena questo lascia intravedere due spicci. Il socialismo è un mondo fantasy e i comunisti contemporanei sono così, favolette e pugno chiuso a portafoglio aperto: viziati, ipocriti ed egoisti, sulla stessa linea di quello che rappresenta la sinistra di Bonelli e Fratoianni, di Mélenchon, di Mamdani. Un socialismo che fa proseliti con la paura della realtà complessa e che poi promette soluzioni facili (con i soldi degli altri e la lista della spesa pubblica), tanto pagheranno tutto i ricchi. È il socialismo patinato e performativo, quello che ti fa sentire buono e apparire figo ma che è figlio del santo capitalismo che lo ha abituato al benessere. Pecunia non olet: la rappresentazione plastica dell’ipocrisia da personal branding non autentico che si scontra con la realtà.
Ora, il tragicomico: o quattro spicci gli hanno fatto rimangiare la stessa lingua che fino a qualche settimana fa raccontava da Lilli Gruber che l’Italia fosse complice di un presunto genocidio a Gaza (molto presunto, dato che è la Corte penale internazionale a mandare all’aria l’accusa divenuta mantra dei pappagalli) perché a fronte della diminuzione dell’export con Israele avrebbe raddoppiato l’import tenendo ben saldi i rapporti commerciali, oppure, da vittima della sua stessa propaganda, nella prossima ospitata si dichiarerà complice di quel fantomatico genocidio. La realtà ha smascherato l’ideologia. Nel frattempo, evviva l’ipocrisia.
Aggiornato il 25 giugno 2026 alle ore 12:45
