Povero, povero Donald. Proprio non se l’aspettava. Lui, il ragazzone ricco del Queens, prepotente per costituzione, che la vuole sempre vinta sugli interlocutori perché nato vincente da una famiglia di vincenti. Eppure, com’è strana la vita. Anche a lui, abituato a picchiare duro gli amici più di quanto faccia con i nemici, è capitato di beccarsi un paio di sganassoni dalla piccola italiana, Giorgia. Ma che è successo? Come è stato possibile che uno grande e grosso, forse l’uomo più potente del mondo, sia andato per suonare quella lì, l’italiana, e invece sia stato suonato come una zampogna? Da una donna. Proprio lui, l’autoproclamato simbolo del machismo made in Usa. La verità è che ha sottostimato il dato sociologico. Già, perché vi sono circostanze nella vita nella quali il mondo da cui si proviene conta moltissimo ai fini della costruzione del carattere individuale. E questa è stata sicuramente una di quelle. Donald era abituato a prendersela con gli altri leader europei. E tutti loro, sebbene insultati e derisi dal capo della prima potenza mondiale, non hanno mai fatto una piega. Hanno incassato e taciuto. Forse, per ragioni di opportunità. Probabilmente, ma non solo.
Nelle biografie dei leader europei vi è un tratto caratteriale che li accomuna e che deriva dalla formazione ricevuta. Emmanuel Macron è uscito dalla prestigiosissima École Nationale d'Administration; Joachim-Friedrich Merz, discendente da una famiglia dell’antico patriziato di Brilon di matrice francese, si è laureato in giurisprudenza all’Università di Marburgo nell’Assia e per qualche anno è stato in magistratura; Ursula von der Leyen, figlia di un ex presidente-ministro della Bassa Sassonia, è laureata in medicina e moglie di un rampollo di una famiglia della nobiltà tedesca. Keir Starmer, che ha appena lasciato la guida del Governo britannico, pur di modeste origini, ha studiato al St Edmund Hall college di Oxford; nella vita è stato un valente avvocato e, per meriti professionali, è stato nominato, nel 2008, direttore della pubblica accusa (DPP) e capo del Crown Prosecution Service (CPS) dalla Baronessa Patricia Scotland di Asthal, Procuratore Generale di Sua Maestà per l’Inghilterra e il Galles. Starmer insieme alla giurisprudenza ha imparato a suonare il flauto, il pianoforte, il flauto dolce e il violino frequentando fino all’età di 18 anni la Guildhall School of Music and Drama di Londra. Lo spagnolo Pedro Sánchez è approdato alla politica direttamente dal mondo universitario: professore ordinario di Struttura Economica e Storia del Pensiero Economico presso la facoltà di Giurisprudenza e Commercio dell’Università Camilo José Cela di Madrid.
Nessuno di costoro era attrezzato per reagire alla rissa personale ingaggiata da Donald Trump con il suo piglio da bullo. Nessuno tranne lei, Giorgia, la ragazza romana della Garbatella che ha imparato a cavarsela da sola con i maschi prepotenti fin dalla tenera età. Nella sua carriera scolastica nessun college prestigioso, niente the e cortesia e festicciole altolocate, ma l’istituto professionale “Amerigo Vespucci” – oggi “Ernesto Nathan” – al Collatino, quartiere di Roma. Con una tosta, con un tale background non ci provi neanche a fare il “coglione” ( la definizione è del quotidiano Libero di ieri l’altro), perché le prendi e non ci fai una gran figura. Perciò, sarebbe il caso che Donald Trump la piantasse con le provocazioni insensate all’Italia, per il tramite della sua presidente del Consiglio, e si concentrasse sulla situazione internazionale che sta venendo a determinarsi con l’inimmaginabile resurrezione di quei cadaveri ambulanti del regime iraniano. Non è colpa della Meloni se gli Stati Uniti, dopo aver affondato il colpo contro la repubblica islamica che è un pericolo reale per l’Occidente, si sono tirati indietro concedendo ai nemici di poter conseguire a tavolino la vittoria in luogo della sconfitta patita sul campo di battaglia.
I negoziati avviati sulle sponde del lago i Lucerna in Svizzera non sono il successo dell’America trumpiana ma la tomba delle democrazie occidentali. Avallare il principio per il quale chi ricatta la vince, costituisce un precedente gravissimo. Domani anche l’infimo dittatore di un’improbabile repubblica delle banane, se avrà la possibilità di mettere in scacco la più grande potenza strategica del mondo ricorrendo all’arma del ricatto, lo farà. Si obietterà: gli iraniani hanno scoperto che bloccando lo stretto di Hormuz avrebbero chiuso il rubinetto del petrolio di cui i Paesi occidentali sono affamati. E questo è bastato per calarsi le braghe al cospetto di luridi tagliagole? Probabilmente ha ragione chi sostiene che la guerra all’Iran Trump non l’avrebbe dovuta cominciare. Tuttavia, visto che è successo avrebbe dovuto avere il coraggio di portarla fino in fondo, anche a prezzo dell’impopolarità in casa propria. Perché è questo che fa uno statista: non si lascia condizionare dai sondaggi di giornata ma guarda alla lunga distanza, ai tempi che apparterranno alle future generazioni. E cosa si lascia a chi verrà dopo? Un Iran trasformato dagli aguzzini in una cloaca a cielo aperto, dove la vita degli individui, soprattutto delle donne, vale meno di un rial.
Intanto, per volontà dello zio Sam, a Teheran torneranno a scorrere fiumi di denaro. E dei miliardi di dollari in arrivo, i pasdaran e i loro accoliti cosa ne faranno? Li useranno per sfamare la popolazione o per riarmarsi in attesa di tempi migliori per tornare a minacciare Israele e tutto l’Occidente delle democrazie avanzate? Pur essendo stati convinti trumpiani, come non avercela con Trump in queste ore buie? Qualcuno, non solo a sinistra, è pronto a farci la morale accusandoci d’incoerenza. Conosciamo l’accusa: vi siete spellati le mani ad applaudire “cavallo pazzo” Donald quando menava gli altri leader europei, adesso che tocca la Meloni è diventato brutto e cattivo. Consentiteci la crudezza del parlare chiaro: se un amico in cui credi fa una cavolata, non gli devi dire bravo per forza solo perché sei dalla sua parte. Gli sei doppiamente amico se hai il coraggio di dirgli: guarda che stai sbagliando. Ed è ciò che Trump sta facendo. Ma è in errore se pensa di distrarre la sua opinione pubblica con la polemica pretestuosa con la Meloni. Detto ciò, a noi il wrestling non piace. Ragione per la quale non ci appassiona l’idea di dover trascorrere anche solo un altro giorno a occuparci di Donald e dei suoi tentativi di buttare la croce del suo insuccesso sull’Italia e sulla “traditrice” Giorgia.
Un conto è il presidente pro tempore degli Usa, un altro il grande Paese di cui siamo storici alleati. E con quest’ultimo noi non litighiamo. Troppi interessi ci accomunano; la medesima idea di libertà ci lega; gli affari che facciamo reciprocamente ci soddisfano e arricchiscono i sistemi produttivi di entrambi. Perché mai dovremmo mandare all’aria tutto questo? Bene la Meloni che ha deciso di non rispondere più alle provocazioni del presidente Usa; bene la decisione di spedire i ministri alle celebrazioni della festa dell’indipendenza americana, il prossimo 2 luglio, organizzata presso l’ambasciata statunitense a Roma, a Villa Taverna. E Trump? Per lui un affettuoso consiglio: si desse una calmata e rimettesse le cose a posto con “l’amica” Giorgia perché un’altra persona così, che gli parla chiaro e non lavora per pugnalarlo alle spalle, in Europa non la trova facilmente. Di sicuro non la troverà ad Ankara – il nido di vipere in cui signoreggia il serpente più velenoso, il turco Recep Tayyip Erdoğan maestro di ambiguità e di doppiogiochismo – quando vi si recherà prossimamente per prendere parte all’assemblea annuale dei Capi di Stato e di Governo della Nato. E, soprattutto, non si azzardi in quel contesto a rivolgersi sgarbatamente all’indirizzo di Giorgia Meloni. Potrebbe costargli caro non solo perché sarebbe un gesto deprecabile e volgare tale da procurargli il biasimo degli altri leader ma anche perché quella lì, la piccoletta, se attaccata morde.
Aggiornato il 24 giugno 2026 alle ore 09:44
