Vi sono persone di fronte alle quali mi trovo costretto a dire che danno il meglio di sé quando si trovano sul “Trono di satana” (quel manufatto in porcellana che si trova in ogni casa).
La Biennale di Venezia è morta, come lo è il cinema italiano, con la pubblicità data a Vladimir Putin, per non parlare di Beatrice Venezi, cacciata dagli orchestrali uniti in una flotta (La Fenice) che rischia di affondare. Venezia è a pezzi, si direbbe.
Un’altra persona ha dato il meglio di sé. Parlo di un ex leader tedesco. Parlo della Spd (la cui sezione giovanile in Westfalia prese in sovvenzione molto più di 30 denari dalla Russia, a quanto riportarono le cronache) che è quasi sparita.
Il suo ex leader Gerhard Schroeder ebbe la faccia di tosta di passare a un nemico già evidente (ma armato dai nostri euro) non appena dismise la carica di cancelliere della Germania. Una volta li si chiamava traditori. Bisognerebbe anche chiamare con l’epiteto di imbecilli quei politici europei che per ventidue anni hanno dato miliardi di euro a nemici potenziali come Cina e Russia. La Cina ci dava manufatti a basso costo, che erano perfetti per deindustrializzare. La Russia forniva gas e petrolio a costo (quasi) basso. Così gli uni si sono presi Crimea, Georgia e altri pezzi pregiati di filetto europeo; gli altri invece vorrebbero Taiwan, come se fosse una loro proprietà (non lo è affatto).
Entrambe le nazioni da ventisei anni (dall’ascesa di Putin al trono del Cremlino) puntano alla dissoluzione delle democrazie occidentali. Trump ha reagito (male e senza preparazione, in Iran), ma l’effetto guerra di questi anni ha una causa ventennale nel “pacifismo” paneuropeo nei confronti di fornitori internazionali affidabili quanto l’Iran komeinista, quello del nodo scorsoio del petrolio e del nucleare in mano ad Hamas. Il silenzio e il rinviare continuo dell’Iran in questi giorni, oltre ad avere una logica ovvia, dà anche la sensazione che i pasdaran abbiano qualcosa che bolle nella loro pentola piena di ratti e rospi.
Parlando di gas russo, trovo pessimi titolo e sottotitolo de La Verità (vedi immagine). Come si fa a pubblicizzare il gas di Putin in prima pagina? È scandaloso!

C’è un’altra deiezione da sottolineare: alla Biennale di Venezia dove la polemica è andata tutta a manifestanti e artisti che hanno orribilmente colpito Israele, e alla volontà di ospitare ˗ in parte ˗ la Russia, dove l’arte è repressa come le persone.
Tuttavia, il vero scandalo della Biennale di Venezia è quello riservato alla repubblica di Taiwan. Sembra di tornare ai tempi della “Merda di artista” di Piero Manzoni: a Venezia non si può pronunciare il nome di Taiwan, perché i cinesi non lo vogliono. E troppi “artisti" obbediscono.
Mica parliamo di Gerusalemme o Washington. Loro la Cina la amano, così come Putin è un santo e Trump un infame. Taiwan però non è la “Cina”, dato che alla fine della guerra civile restò in mano ai nazionalisti, che invece persero il territorio continentale conquistato con le armi dal Partito comunista di Mao Zedong. Ma Taiwan rimase libera e non è parte della Cina, che però la vuole comunque, e anzi strangola col soft power le nazioni che la vogliono indipendente e libera. Ovviamente in Italia si sono piegati al diktat dell’imperatore Xi Jinping.
Che dire di chi parla di occupazione israeliana mentre glorifica con un peloso silenzio l’occupazione cinese dell’immenso Tibet, della Mongolia interna e dello Xinijang (che per giunta è musulmano, ditelo ai pro-Pal propagandisti dei delitti e delle pene). La miserabile storia di Taiwan e della Biennale di Venezia è tutta lì: in un padiglione dove la presenza dell’arte taiwanese è un “evento collaterale” della Biennale vera e propria. Dove il padiglione affittato da Taiwan si chiama Taipei Fine Arts Museum of Taiwan. È lì, nelle aree del “Palazzo delle Prigioni” di Venezia che si svolge l’esposizione Screen Melancholy dell’artista di Taiwan Li Yi-Fan. Ma Venezia non è la sola a piegarsi all’Impero dove arrivò Marco Polo.
L’Argentina in mano dei peronisti mangiatutto si consegnò mani e piedi alla Cina, che prima fornisce denaro, merci e infrastrutture e poi si mangia la nazione. Oggi persino il premier Milei ha dovuto piegarsi allo strapotere cinese. Il 29 di aprile era infatti previsto un convegno nell’Università di Belgrano, intitolato Cina: la seduzione della comunicazione per normalizzare un regime. Vi erano ospiti internazionali, e tra gli organizzatori figurava anche l’Ufficio commerciale e culturale di Taiwan in Argentina. A quel punto l’ambasciata cinese a Buenos Aires ha fatto così tante pressioni che l’evento è stato annullato.
La Cina considera Taiwan parte del suo territorio e da anni costringe i Paesi africani o asiatici o dell’America latina a non riconoscere più Taiwan come “nazione”. Il tutto nel silenzio dell’Onu. Il governo argentino ha dovuto piegare la testa a causa della necessità di mantenere lo “swap” di valuta con la banca centrale cinese. La Cina rimane il secondo partner commerciale dell’Argentina, rendendo difficile una rottura totale delle relazioni, nonostante la posizione del governo Milei.
Aggiornato il 12 maggio 2026 alle ore 10:10
