Le ragioni di una sconfitta della democrazia liberale

Il referendum che si è concluso ieri non è soltanto un episodio politico contingente, ma è un passaggio rivelatore dell’humus culturale e ideologico presente in Italia. Per comprendere cosa ha reso possibile la vittoria del no, per cercare di comprenderne le ragioni, bisogna infatti considerare che non si tratta di una sconfitta maturata, come molti tendono a pensare, solo negli ultimi mesi, ma che affonda le sue radici in almeno mezzo secolo di storia culturale italiana. Una riforma come quella sulla separazione delle carriere, che in molte democrazie occidentali rappresenta un assetto ordinario, è stata percepita da una larga parte dell’opinione pubblica come un rischio, come una minaccia, se non addirittura come un tradimento della nostra Costituzione. Questo scarto tra contenuto tecnico e percezione collettiva non è casuale: è il prodotto di un lungo lavoro culturale che ha progressivamente orientato il modo in cui intere generazioni interpretano la giustizia, lo Stato e il rapporto tra i poteri previsti dallo Stato liberale.

Almeno dal movimento contestatario del 1968-1969 si è formato un immaginario collettivo nel quale figure e simboli legati al comunismo internazionale venivano spesso presentati in modo indulgente, quando non apertamente idealizzato e positivo, mentre mancava quasi del tutto una riflessione critica sulla natura autoritaria di quei regimi e sulle loro responsabilità storiche. Non si trattava di un fenomeno uniforme, ma abbastanza diffuso da contribuire a creare un clima culturale nel quale alcune categorie interpretative diventavano egemoniche. Nonostante parentesi anche lunghe, quel clima è ancora presente in molte scuole e in molte università italiane, e non è possibile comprendere questa circostanza senza richiamare alla memoria la teoria dell’egemonia culturale elaborata da Antonio Gramsci. Nei Quaderni del carcere Gramsci osservava infatti che “ogni rapporto di egemonia è necessariamente un rapporto pedagogico”, sottolineando come il potere si costruisca prima di tutto nella capacità di orientare la formazione delle coscienze. Questa egemonia, che negli anni della Prima Repubblica conviveva con una pluralità di altre presenze – cattoliche, socialiste, liberali, repubblicane – si rafforzò in modo decisivo dopo mani pulite. Il crollo dei partiti che avevano costruito l’Italia del dopoguerra non fu soltanto un evento politico, ma anche culturale, perché comportò il venir meno quel sistema di equilibri che, pur tra mille limiti, garantiva una certa distribuzione del potere anche nei luoghi della formazione e della produzione intellettuale.

In quel vuoto si inserì con maggiore forza una sola tradizione politica e culturale, erede del Partito comunista italiano, che nel frattempo aveva cambiato nome ma non aveva rinunciato a una strategia di lungo periodo, vale a dire quella cui faceva riferimento Enrico Berlinguer quando parlava della necessità di avere “il fiato lungo”, una formula che sintetizzava bene l’idea di una politica capace di agire nel tempo profondo dell’orientamento culturale e ideologico. Dall’altra parte, le forze liberali e moderate non seppero o non vollero raccogliere questa sfida. L’ingresso in politica di Silvio Berlusconi impedì certamente che l’Italia si trasformasse in un sistema dominato stabilmente dall’ex partito comunista, ma non diede vita a una vera controffensiva liberale, lasciando sostanzialmente scoperto il terreno della battaglia culturale che si svolgeva abitualmente all’interno delle università e dell’editoria. Dopo la dissoluzione dei partiti democratici che avevano caratterizzato la Prima Repubblica, le università e le scuole continuarono così a svolgere il loro ruolo decisivo nella costruzione delle classi dirigenti e dell’opinione pubblica senza che cattolici, liberali e socialisti fossero più in grado di fornire ancora a lungo un’alternativa ai paradigmi dominanti di derivazione marxista. In molti contesti si consolidò una prevalenza culturale che si rifletteva nei programmi, nei libri di testo e nelle linee interpretative dei principali avvenimenti storici. Il pluralismo all’interno di percorsi formativi iniziò progressivamente a cedere il passo a una sempre maggiore omologazione, producendo uno squilibrio che ha contribuito a orientare sempre più il senso comune su alcune questioni di principio

Un discorso analogo riguarda la magistratura, dove la presenza e il peso di correnti come Magistratura democratica hanno rivendicato progressivamente una funzione anche culturale e politica, incidendo sulla percezione pubblica del ruolo del giudice e sul rapporto tra il potere giudiziario, quello legislativo e quello esecutivo. Si è così andati nella direzione opposta a quella tracciata da Giacomo Matteotti e Gaetano Salvemini, che in modi e con accenti diversi sottolinearono entrambi l’importanza di evitare commistioni tra funzione giudiziaria e potere politico. Se infatti Matteotti si espresse esplicitamente a favore della separazione delle carriere, Salvemini fu profondamente diffidente verso ogni concentrazione di potere e ogni ambiguità nei ruoli istituzionali, perché la sua idea di Stato liberale esigeva una giustizia capace di essere autonoma, ma anche chiaramente distinta nelle sue funzioni, proprio per evitare che il giudice potesse trasformarsi, di fatto, in un attore politico.

Alla luce di tutto questo, il risultato del referendum appare meno sorprendente. Non è stato semplicemente respinto un testo di riforma: è stata respinta una proposta che si scontrava con un orientamento culturale impostosi in Italia durante il fascismo, diffusosi in ogni regime totalitario e sedimentato nel tempo nella formazione culturale dei cittadini italiani. Non a caso, il voto di una parte significativa dei giovani (60 per cento al no) e dei ceti più istruiti sembra riflettere questo tipo di formazione. Quando per le strade e nelle piazze di un Paese democratico si vedono ragazze e ragazzi che manifestano contemporaneamente in favore di chi ha organizzato e attuato il 7 ottobre, di una dittatura comunista in Venezuela e per difendere una Costituzione democratica da un presunto attacco ai valori su cui è imperniata vuol dire che in giro c’è un po’ di confusione, e che questa ha radici profonde, che non possono essere bypassate da una riforma della magistratura, per quanto sensata e coerente con il dettato costituzionale.

La lezione che se ne può trarre è che le riforme istituzionali non possono riscuotere l’approvazione dei cittadini semplicemente per la loro razionalità intrinseca, ma per avere successo devono inserirsi in un contesto culturale favorevole, ovvero in grado di assimilarle in modo armonico con le proprie premesse culturali, i propri principi e i propri valori, e questo tanto più quanto la riforma in oggetto investe una materia articolata e complessa. Senza questo contesto, anche le riforme più lineari e razionali, anche quelle che fanno riferimento a principi condivisi da quasi tutte le altre democrazie liberali nel mondo, possono risultare ostiche da digerire per un popolo che è abituato servirsi di paradigmi teorici poco compatibili con quelli cui dovrebbe ispirarsi qualsiasi democrazia liberale. Continuare invece a pensare – come fanno spesso in Italia i partiti del centrodestra e purtroppo anche molti liberali – di poter cambiare gli assetti dello Stato senza affrontare il nodo dell’egemonia culturale in atto da decenni significa esporsi a sconfitte prevedibili, perché la formazione culturale dei cittadini è il terreno su cui si gioca, in ultima analisi, la possibilità stessa di ogni riforma profonda delle istituzioni democratiche.

La bocciatura referendaria di questa proposta di riforma è così il segnale di uno squilibrio culturale che continua a orientare profondamente la vita politica del Paese, e finché questo squilibrio, contrassegnato dall’egemonia culturale di una sinistra di orientamento confusamente marxista, non verrà superato, finché l’egemonia culturale caldeggiata da Gramsci non verrà messa in discussione sul piano delle idee e dei principi da una vera controffensiva liberale si potrà continuare a sbandierare la Costituzione come un feticcio per impedire le modifiche che pur ammetteva e ogni tentativo di riforma, anche quando utile a trasformare l’Italia in una democrazia compiuta, rischierà di essere, ancora una volta, destinato a fallire.

Aggiornato il 24 marzo 2026 alle ore 10:08