La vera strategia di Washington

Colpire Caracas e Teheran per indebolire Pechino

Le mosse degli Stati Uniti in Venezuela e in Iran vengono spesso incasellate nella categoria, ormai familiare, dell’interventismo americano nei propri tradizionali teatri d’influenza: l’America Latina e il Medio Oriente. È una chiave interpretativa comoda, ma insufficiente. Se si allarga lo sguardo, queste iniziative appaiono come tasselli di una strategia ben più ampia che ha come vero punto di riferimento Pechino.

La competizione destinata a segnare gli equilibri del XXI secolo è infatti quella tra Washington e la Cina. La Russia rimane un attore destabilizzante, ma il confronto strutturale si gioca su un altro livello: controllo delle tecnologie critiche, sicurezza delle catene di approvvigionamento, dominio sulle rotte marittime e capacità industriale. Il nodo più sensibile è Taiwan, da cui proviene una quota cruciale dei semiconduttori avanzati utilizzati dall’industria americana. Un’eventuale crisi nello Stretto avrebbe senz’altro effetti dirompenti sull’economia globale. Non a caso, già nel 2021 un alto ufficiale statunitense segnalò al Congresso che il presidente cinese Xi Jinping avrebbe chiesto alle forze armate di essere pronte a un’operazione sull’isola entro il 2027. Se quell’orizzonte fosse realistico, la finestra temporale per riequilibrare i rapporti di forza si starebbe rapidamente riducendo.

È in questa cornice che le dinamiche che coinvolgono Venezuela e Iran assumono un significato strategico. Due contesti lontani e profondamente diversi, ma legati da un elemento comune: entrambi rappresentano fornitori chiave per la sicurezza energetica cinese. Pechino è stata il principale acquirente del greggio venezuelano ed è oggi il primo compratore di quello iraniano, spesso acquistato a prezzi scontati attraverso meccanismi che aggirano le sanzioni occidentali.

Con Teheran il rapporto è particolarmente strutturato. Nel 2021 è stato firmato un partenariato strategico venticinquennale che prevede potenziali investimenti cinesi per centinaia di miliardi di dollari. La Cina ha sostenuto l’ingresso dell’Iran nei Brics, gli ha garantito copertura diplomatica nei consessi multilaterali e ha facilitato il riavvicinamento con l’Arabia Saudita. Tuttavia, quando la tensione militare aumenta, il margine operativo di Pechino si restringe. La sua influenza economica non si traduce automaticamente in capacità di deterrenza o protezione.

Le vulnerabilità della Repubblica popolare emergono con chiarezza sul piano energetico. Una parte significativa delle importazioni petrolifere cinesi transita attraverso lo Stretto di Hormuz e circa tre quarti del greggio consumato dal Paese provengono dall’estero. Un’eventuale interruzione dei traffici avrebbe ricadute immediate sull’economia di Pechino. Inoltre, la redditività di diverse raffinerie indipendenti si fonda sull’acquisto di petrolio sanzionato iraniano e, in misura minore, venezuelano, regolato in yuan e al di fuori dei circuiti finanziari tradizionali. Un inasprimento delle crisi regionali metterebbe sotto pressione questo sistema.

Anche in America Latina la pressione su Caracas incide indirettamente sugli interessi cinesi. Pechino offre investimenti, linee di credito e sbocchi commerciali, ma non dispone ˗ o non intende utilizzare ˗ strumenti di sicurezza comparabili a quelli statunitensi. Il risultato è un evidente squilibrio: la Cina è un partner economico fondamentale, ma non un garante politico-militare nei momenti di massima tensione.

Vi è poi una dimensione reputazionale. La leadership cinese ambisce a presentarsi come alternativa stabile e responsabile all’Occidente, come mediatrice credibile presso il cosiddetto Sud globale. Tuttavia, nelle crisi più acute, tende a mantenere una postura prudente, limitandosi a richiami di principio alla sovranità e alla stabilità. In un sistema internazionale sempre più competitivo, l’iniziativa strategica e la capacità di plasmare gli eventi contano quanto la forza economica.

Alla luce di questi elementi, l’attivismo americano in Venezuela e in Iran può essere letto come parte di una strategia indiretta volta a rendere più costosa e incerta la proiezione globale cinese. Colpire o mettere sotto pressione i principali fornitori energetici di Pechino significa incidere sulla sua resilienza, esporre le fragilità delle sue rotte marittime e testare la solidità delle sue partnership.

La questione taiwanese resta il baricentro potenziale di questa competizione, ma le sue implicazioni si riverberano ben oltre l’Indo-Pacifico. Le tensioni in Medio Oriente e in America Latina non sono crisi isolate: sono nodi di una rete più ampia in cui energia, finanza, tecnologia e diplomazia si intrecciano.

Più che una riproposizione degli schemi del passato, siamo dunque di fronte a una competizione sistemica che si gioca su più scacchiere contemporaneamente. Caracas e Teheran non rappresentano il cuore dello scontro, ma ne riflettono la logica profonda. Comprendere questo intreccio significa riconoscere che la rivalità tra Stati Uniti e Cina non si misura soltanto nei mari dell’Asia orientale, bensì in ogni area in cui si definiscono approvvigionamenti, alleanze e capacità di influenza. È lì che si sta plasmando il nuovo equilibrio internazionale.

Aggiornato il 04 marzo 2026 alle ore 09:07