Sgombriamo il campo dalla propaganda: oggi i magistrati sono più autonomi che indipendenti perché tutta la loro carriera – nomine, promozioni, trasferimenti, misure disciplinari – è scandita dalle decisioni delle correnti lottizzate del Consiglio superiore della magistratura. Il caso Palamara ha portato alla luce distorsioni e opacità di cui, prima, si parlava solo a mezza voce. La riforma non è un attacco alla magistratura né ai giudici. Il Csm non è la magistratura, perché non appartiene all’ordine giudiziario che esercita la funzione giurisdizionale. È un organo di autogoverno della magistratura, previsto dalla Costituzione, con a capo il presidente della Repubblica e composto di due terzi di togati e un terzo di scelta parlamentare, che deve garantire l’indipendenza di ogni magistrato e non coltivare interessi corporativi o ambizioni di contraltare sociale agli altri poteri e istituzioni. Con la riforma che introduce il sorteggio, la proporzione resterebbe la stessa. L’obiezione di chi vi si oppone non è sulle modalità di realizzazione del sorteggio (esistono sorteggi per scegliere le giurie popolari, i componenti del Tribunale dei Ministri e persino di alcuni giudicanti il presidente sotto stato di accusa) ma sulla tesi che questo meccanismo vanificherebbe la “rappresentanza delle diverse sensibilità dei magistrati”. Questa preoccupazione è, al tempo, rivelatrice e inquietante: di quale altra sensibilità dovrebbe farsi alfiere un magistrato se non quella verso la legge?
Quanto alle obiezioni sullo sdoppiamento del Csm – con variegate e strumentali motivazioni – dovrebbe apparire urticante a ogni coscienza, già oggi, vigente la separazione funzionale dei ruoli, l’ambiguità e irrazionalità di un organo di governo comune che consenta a un pubblico ministero di votare su nomine, trasferimenti et alia di un giudice e viceversa. La separazione ordinamentale dei ruoli, requirente e giudicante, è il naturale completamento della riforma del processo introdotta da Giuliano Vassalli e Giandomenico Pisapia. La sola separazione funzionale dei ruoli senza anche quella delle carriere – diceva il professor Vassalli – lascerebbe incompiuto il cambiamento necessario per assicurare equidistanza e terzietà del giudice. Le statistiche mostrano che oltre la metà degli imputati viene assolto al completamento dell’iter processuale. Non è un segno di giustizia che funziona: in Inghilterra oltre l’80 per cento dei processi si conclude con una condanna, negli Stati Uniti, il 95 per cento. Significa che nelle corti angloamericane la giustizia è più severa? No, dimostra solo che in quei sistemi, dove accusa e giudice sono anche strutturalmente separati, non si va a processo se il procuratore non convince il giudice (e in Usa, il grand jury) che there is a case, ossia c’è fondato motivo di provare esistenza del reato e colpevolezza. In Italia, anche oggi, quanti cittadini vengono sottoposti a misure restrittive e devono subire anni e anni di calvario giudiziario, anche se sono innocenti?
In Italia, dicevamo, più della metà dei processi penali finisce con l’assoluzione degli imputati che, in un “sistema giusto”, non sarebbero nemmeno dovuti andare a giudizio. E ai sopravvissuti alla ingiusta tortura processuale non verranno offerte scuse né risarcimenti, come nel caso del povero Enzo Tortora. Mentre i magistrati che “sbagliano” restano indenni da qualsiasi responsabilità e, anzi, fanno carriera. Un celebre magistrato affermava che un innocente è un colpevole che l’ha “sfangata”. Per troppi dei commentatori sui media e in rete, un innocente in carcere è meglio di 10 colpevoli a piede libero. Chi scrive non è d’accordo nemmeno un po’. Fate aprire gli occhi a chi si oppone: questa riforma non è per dare un vantaggio “ai politici” o al governo del momento ma per restituire limpidità e fiducia nella magistratura, garantendo a tutti noi cittadini di avere un giusto processo davanti a un giudice realmente imparziale e terzo.
Aggiornato il 23 febbraio 2026 alle ore 10:18
