Eurostabilità: se questo è un patto

Se qualcuno, nel mentre nuoti per raggiungere la riva, ti passa una corda al collo e ti tira a fondo, come lo chiami? Amico o nemico? Se l’Unione europea, nel mentre il sistema-Italia si batte per far risalire la crescita dopo gli anni duri della crisi pandemica e con un mondo in subbuglio a causa delle guerre in atto, prova a peggiorare le regole del Patto di Stabilità, come la definisci? Amica o nemica? Qui non è in discussione l’amore per l’ideale comunitario, ma serve tenere la guardia alta a tutela dell’interesse nazionale.

Il negoziato in corso per modificare le vecchie regole del Patto di Stabilità e Crescita procede male. A pochi giorni dalla sua (teorica) entrata in vigore non c’è accordo tra i partner. Lo ha detto, ieri l’altro, il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, in audizione davanti alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato. Non è che sia il Governo italiano il bastian contrario, ma una proposta-capestro di cambiamento in senso peggiorativo delle vecchie regole la si deve per forza di cose rispedire al mittente. Gli anni delle politiche di austerity imposte da Bruxelles per volontà dei cosiddetti rigoristi del Nord sono stati archiviati come i più fallimentari della storia comunitaria. I fatti, non le opinioni, hanno mostrato la fallacia di una strategia volta a risolvere il problema dell’indebitamento di alcuni Stati membri attraverso lo strozzamento della capacità di spesa dei medesimi. Il metodo, riguardo all’Italia, non ha funzionato al punto che il periodo di gestione commissariale del Governo Monti, particolarmente gradito a Bruxelles e alle cancellerie di Parigi e Berlino, ha prodotto un aggravamento e non una riduzione dell’esposizione debitoria italiana.

Preso atto delle esperienze precedenti, il Governo Meloni ha pensato che avrebbe avuto buon gioco nel convincere i partner a cambiare rotta, favorendo e non deprimendo le politiche espansive mirate alla crescita del Prodotto interno lordo. Invece, le sue proposte sono state annichilite. Niente scorporo degli investimenti nel comparto della Difesa ma solo il riconoscimento, per i costi del riarmo, del “fattore mitigante” a giustificazione dell’eventuale deviazione dal percorso di spesa concordato. Nessuna esclusione dal computo del disavanzo degli investimenti per la transizione green e per il digitale. Abbiamo ceduto pur di arrivare a un accordo. E abbiamo ceduto alla volontà di mantenere inalterati gli obsoleti parametri fissati dal Regolamento in ordine al rapporto Deficit/Pil (3 per cento) e il rientro del debito entro il limite del 60 per cento nel rapporto Debito/Pil.

L’ultima linea di difesa su cui si è attestata la delegazione italiana al negoziato è stata sulle procedure e sul processo di convergenza verso tali parametri. L’Italia ha chiesto che fossero sostenibili. Non sembrerebbe una gran pretesa, eppure ai rigoristi del Nord – Germania in testa – non va bene. Vogliono regole più stringenti che, tradotto, significa scassare i conti pubblici dello Stato italiano e impedirgli di praticare politiche di investimento in grado di spingere la crescita economica. Anche un bambino capirebbe che solo attraverso l’aumento del Pil il debito si sana. Per Giorgetti è stato già un successo aver evitato che con il nuovo Regolamento venissero introdotte le categorie di rischio con le quali classificare il debito pubblico di ciascun Stato membro. Per l’Italia, un suicidio.

Intendiamoci, la riduzione dell’esposizione dello Stato verso i creditori deve rimanere una priorità, visto che il servizio del debito ha raggiunto livelli preoccupanti di onerosità. Ma c’è modo e modo di farlo. La stella polare di una possibile modifica del Patto deve essere la sostenibilità delle procedure di rientro dal debito e di abbassamento del rapporto Deficit/Pil. Ha ragione Giorgetti quando dichiara che “la sostenibilità delle finanze pubbliche non può essere raggiunta attraverso percorsi di aggiustamento eccessivamente rigorosi, perché questo danneggia i fondamentali di crescita e peggiora la dinamica del debito nel medio e lungo periodo”.

Ci aspettano tempi nei quali dovranno compiersi sforzi giganteschi di investimento il cui impatto non potrà essere neutrale rispetto alle regole di bilancio. Ecco perché la riduzione del debito deve essere realistica, graduale e sostenibile nel tempo. Perché alcuni soci della Ue sono ostinatamente contrari? Sorge un sospetto. Non è che la Germania, messa male con la ripresa economica, voglia impedire alle manifatture concorrenti – leggi sistema-Italia – di prendere il volo grazie a politiche più flessibili dell’Ue in tema di “braccio preventivo” e di “braccio correttivo” del Patto di Stabilità e Crescita? Se così fosse, confermeremmo il nostro giudizio sul partner teutonico: miope ed egoista. Ma lo sanno quei geni del Nord Europa rigorista che sono le azioni vessatorie di tale genere a favorire le torsioni autoritarie nei Paesi messi nel mirino? Il fatto che l’ottusa politica sanzionatoria voluta dalla Francia ai danni della Germania all’indomani della fine della Prima guerra mondiale abbia spianato la strada all’avvento del nazismo, non gli ha insegnato niente?

Allo stato, l’unico mezzo di cui il Governo italiano dispone per non cadere nella trappola tesagli è di opporre il veto al progetto di riforma del Patto. Ciò comporterà tornare al Vecchio Regolamento. Sarà un male, ma pur sempre un male minore rispetto alla catastrofe che si profilerebbe se accettassimo l’autodafé imposto dai rigoristi. Gli amici nostrani del giaguaro europeo accuseranno il Governo di ingratitudine verso Bruxelles che ha graziosamente concesso all’Italia il ricco Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Quanta stupidità mischiata alla malafede! Il Pnrr non è una sineddoche. Una parte non vale l’intero. I settori finanziati dal Piano non coprono il complesso dei comparti bisognosi di investimenti perché l’Italia possa tornare a essere una potenza economica di livello globale. Servono molte più risorse proprie che l’Europa, in nome di un’anacronistica quanto fallimentare austerità, non può negarci il diritto di reperire e di spendere. Votare contro questa riforma in negativo del Patto di Stabilità non è atto di arroganza ma legittima difesa. E noi, mai condanneremmo il nuotatore che per salvarsi dell’assalitore gli sferri una gomitata sull’arcata dentale.

Aggiornato il 11 dicembre 2023 alle ore 10:08:58