In morte dell’ebreo

La cronaca racconta che negli ultimi giorni si sono susseguiti atti violenti di chiara marca antisemita. A Milano, durante un corteo, si è udito lo slogan: “Aprite i confini, uccidiamo gli ebrei!”. A Bologna è comparso un cartello rivolto agli ebrei con la scritta: “Rivedrete Hitler all’inferno!”. A Parigi sono comparse sui muri circa 60 stelle di David a segnalare abitazioni di famiglie ebraiche. Nel Daghestan (Federazione Russa) una folla inferocita ha tentato l’assalto a un aereo proveniente da Tel Aviv allo scopo di linciare i passeggeri ebrei. In Gran Bretagna, nell’ultimo mese, sono stati registrati 90 episodi di antisemitismo, mentre in Germania 70 solo nelle ultime due settimane. A Vienna è stato dato fuoco alla sala delle cerimonie funebri ebraiche al cimitero centrale. Poi c’è Roma, con l’infame danneggiamento di alcune pietre d’inciampo che ricordano le vittime della Shoah.

Al cospetto di tutto questo odio che rigurgita dalle viscere dell’Europa libera e democratica anche le parole smarriscono il loro significato. Dicono sia stata la reazione israeliana al terrorismo assassino di Hamas a risvegliare l’antisemitismo in Europa. Balle! L’antisemitismo non è tornato per la semplice ragione che non se n’è mai andato dagli interstizi mai totalmente esplorati delle società civili continentali. È come un fiume carsico che da secoli scorre nel sottosuolo delle nostre esistenze e periodicamente riaffiora, quando lo Zeitgeist – lo spirito del tempo – lo risucchia in superficie. Nelle odierne circostanze il pretesto è il comportamento dello Stato d’Israele verso i terroristi islamici. La realtà è che agli ebrei non viene perdonata la necessità inderogabile di difendersi da chi li attacca. Una negazione che nasconde una profonda insofferenza concettuale verso il diritto all’esistenza stessa di uno Stato ebraico. L’arma più potente di cui dispongono i nemici d’Israele in Medio Oriente è l’odio taciuto di una parte significativa degli occidentali verso il popolo eletto. Certo, la presenza islamica innestata nella carne viva della comunità occidentale ha rappresentato un valore aggiunto per la causa antisemita. Tuttavia, gli integralisti islamici non agiscono in un contesto comunitario immune dal sentimento negativo dell’avversione razziale riguardo agli ebrei. Quell’odio c’è sempre stato e solo per convenienza geopolitica è stato nascosto come polvere sotto al tappeto quando la storia ha offerto all’Occidente il destro per spazzarlo via definitivamente. Ma la verità è una medicina amara da inghiottire. Si pensi alla tragedia della Shoah. Sono ottant’anni che tutto si sa dell’empietà dei nazisti nel pianificare lo sterminio di oltre 6 milioni di ebrei. Alla loro ferocia, nell’immaginario collettivo, venne associata quella dei fascisti loro complici. Di tutti gli altri, che in Europa assecondarono gli aguzzini nei loro disegni criminali, si è persa traccia. Il mondo sa del rastrellamento del ghetto di Roma del 16 ottobre 1943, dell’orrore di un gesto che ha segnato con un marchio d’infamia la storia del nostro Paese. Le vittime italiane di origine ebraica dell’Olocausto furono 7.500 (fonte: Liliana Picciotto Fargion, Il libro della memoria: gli ebrei deportati dall’Italia, 1943-1945, Milano, Mursia, 2011). Il loro sangue versato è rimasto a lungo appiccicato alle nostre mani. Non lo stesso è accaduto nella vicina Francia, dove la sua gente è uscita indenne dalla resa dei conti che l’intera nazione avrebbe dovuto affrontare per chiudere dignitosamente con il passato. In Francia, tra il 20 agosto 1941 e il 17 agosto 1944 furono deportati nei campi di sterminio tedeschi 67mila ebrei. Si stima che in totale furono trasferiti dal Paese transalpino verso Est circa 76mila ebrei, in 67 convogli a partire dal 27 marzo 1942. Dieci volte il numero di ebrei deportati dall’Italia. Si dirà: fu opera dei nazisti. Vero, in parte. A occuparsi del rastrellamento fu l’efficiente polizia francese che operò l’arresto degli ebrei e il loro internamento nei campi di transito di Dancy e nel Vélodrome d’Hiver a Parigi, nella totale indifferenza – quando non con l’aperto sostegno – della popolazione autoctona.

Perché tiriamo fuori adesso questo dato storico? Per un irrefrenabile bisogno di verità grazie al quale squarciare il velo d’ipocrisia che ha opportunisticamente avvolto la questione ebraica dalla fine del Secondo conflitto mondiale a oggi. Ha fatto comodo a tutti che la Shoah venisse caricata per intero sul conto dei nazisti e dei fascisti, come se nazista non fosse stata la grande maggioranza del popolo tedesco o fascista non fosse stata l’Italia – salvo encomiabili eccezioni – fino al 25 luglio 1943. E per gli altri, in Europa, ha fatto gioco la tesi autoconsolatoria secondo cui la deportazione degli ebrei dai Paesi occupati sarebbe stata responsabilità degli aggressori, in nessun modo ascrivibile ai popoli invasi. Non è così.

Vi fu complicità diffusa nelle società europee per quel che subirono gli ebrei da molto prima dell’apertura dei cancelli di Auschwitz-Birkenau. Aver lasciato che in tanti in Europa la facessero franca per quel che era stato fatto agli ebrei è la causa prima della sopravvivenza dell’antisemitismo nelle nostre società. Vogliamo dire che ciò che sta accadendo oggi sia esclusiva responsabilità dei fanatici integralisti dell’Islam? Fate pure. Ma sappiamo bene che trattasi di imbarazzante menzogna. Se è dalla terra di Gaza che è partita la scintilla, la legna ai piedi della pira su cui bruciare Israele e gli ebrei l’hanno ammassata nella vecchia Europa gli eredi di un antisemitismo atavico, mai estinto.

Aggiornato il 06 novembre 2023 alle ore 09:40:24