Hamas non vuole la guerra ma l’estinzione di un popolo

Va comunque detto a chiare lettere che Hamas non va confusa e diffusa con una certa avversione nei confronti di Israele come nazione ostile al mondo arabo, anche per una sua fortissima se non addirittura ovvia componente occidentale. Hamas vuole l’estinzione di Israele. Come insegnano le vicende del Novecento, le persecuzioni contro gli ebrei rappresentano una storia lunga che ha bensì una sua esaltazione nei pogrom russi (che ritornano) e in quelli analoghi. Ma è nell’Occidente nazista – e in parte non secondaria fascista – che le ostilità persecutorie miste all’odio contro l’ebreo raggiungono vette omicide di cui il nazismo, razzista e criminale, rimane il principale esponente, promotore e realizzatore. Il pogrom e la sua feroce ideologia non si sono persi negli anni, benché l’auto-silenziatore postovi sopra dall’Occidente, cioè da noi, ha per certi aspetti resi secondari gli allarmi, valutati, anche per una semplificatoria viltà, come esplosioni locali. Giacché, come appunto diceva la riduzione a quasi zero di quell’infamia, la caccia all’ebreo apparteneva a un tempo lontano, lontanissimo.

Certo, resta una diffusa “cattiva” intenzione contro lo Stato di Israele. Ma allora, come ora, tale inimicizia andava e va a iscriversi nei vasti, eterni, imprevedibili annali della storia e della insita politica estera. Ma le cose non stanno (e non sono mai state) così. Non solo e non soltanto perché quanto accaduto nel Daghestan racconta la solita, drammatica e crudele storia antiebraica, ma per le deduzioni che un famoso storico del Medio Oriente come Yascha Mounk (vedi Il Foglio) trae da un insieme di fatti, da cui provengono chiarissimi messaggi contro Israele, da iscriversi nelle pagine più nere dell’antisemitismo. È infatti vero che coloro i quali piangono la morte di civili palestinesi non sono necessariamente antisemiti, ma se una strage di migliaia civili viene trasformata in una strage militare e se l’invocazione di un cessate il fuoco dimentica i bambini ancora nelle mani di una organizzazione terroristica, allora ci si deve domandare se la vita di innocenti ebrei non valga proprio nulla. E che, dunque, non valga la pena di occuparci di una” faccenda” che tale non è. Ed è, semmai, la continuazione di una storia allestita contro gli ebrei. E da tempi remoti.

Rebus sic stantibus avrebbe esclamato un grande statista (e scrittore) come Giulio Cesare, è davvero un lamento degno di miglior causa quello contro Israele “che non osserva le risoluzioni delle Nazioni Unite”. Non vi è un democratico che non veda come il termine del cessate il fuoco a Gaza, oggi, altro non significhi che la violazione o meglio l’impedimento del legittimo diritto di Israele alla difesa di se stesso (come previsto proprio dalla Carta delle Nazioni Unite) nonché il suo dovere, il suo obbligo storico, morale, civile, politico di difendere e proteggere i cittadini da un nemico che ne vuole il genocidio. Perché di questo bisogna parlare, anche e soprattutto a quanti in Italia – e non solo – riempiono le piazze al grido di “Palestina libera! Abbasso Israele!”. E non una parola, un cenno che ricordi i sequestrati dai palestinesi. La storia alla rovescia. Tutto questo Gerusalemme lo sa bene: non si ha a che fare con un nemico tradizionale, con una guerra di cui la storia è strapiena, con un nemico che vuole invadere o occupare il tuo Paese, ma con chi ne vuole la fine per sempre, l’estinzione. E ciò proclama nei suoi manifesti, nei suoi mass media, nelle sue piazze. Proprio così: la cancellazione di una nazione, di una comunità, della stessa idea di Israele. Né più, né meno di ciò che aveva pianificato Adolf Hitler, riuscendovi in gran parte a ottenerne il massacro.

Aggiornato il 01 novembre 2023 alle ore 09:20:23