Io e il migliorista

Sassolini di Lehner

Giorgio Napolitano se n’è ghiuto e soli ci ha lasciato. Molti i ricordi su di lui, anche personali. Comincio con quelli personali.

Nel 1975 scrissi un pamphlet molto duro sui nostri generali (Parola di generale, Mazzotta, Milano). Il Pci – questo è il suo unico ma grandissimo merito, assente in altri partiti – non si faceva mai sfuggire un giovane che dimostrasse di saper leggere e scrivere. Quel saggio piacque assai alle Botteghe Oscure, tant’è che mobilitarono l’intera stampa italiana, a riprova del fatto che l’infiltrazione nel mondo dell’informazione era profonda ed estesa. Quel libro ebbe, così, la follia di 126 recensioni, da Panorama all’Espresso, due pagine della cultura della neonata Repubblica e, addirittura – evento forse mai accaduto – un apprezzamento sulla prima pagina del Corriere della Sera (28 ottobre 1975).

Insomma, il giovane Giancarlo stava per essere fagocitato e inserito tra gli intellettuali organici al partito. Chissà quanti premi letterari erano in vista per me. Ammetto che il corteggiamento da parte di Pietro Ingrao mi inorgoglì, ma ci fu anche l’occasione mancata che stava per offrirmi Giorgio Napolitano. Io non so che cosa volesse comunicarmi, ma certo si trattava di qualcosa di importante.

Fui salvato, per così dire, da Maddalena, la mia compagna di allora, una fanciulla così dormigliona, che anche il più militante dei ghiri al confronto sarebbe apparso un insonne cronico. Ebbene, alle 8 del mattino Napolitano fece il mio numero di casa. Io avevo lavorato sino all’alba e dormivo profondamente. Rispose Maddalena, che dopo aver detto a Napolitano “adesso glielo passo”, appoggiò il telefono sul cuscino e riprese la via di Morfeo. A pranzo mi disse che aveva telefonato Giorgio Napolitano. Provai a ricontattarlo, ma giustamente s’era offeso, essendo rimasto con la cornetta all’orecchio chissà quanto tempo, vittima di un presunto cretino di giovincello che forse s’era montato la testa. L’impatto fallito mi allontanò sempre più dal Pci, tant’ è che nel 1978, quando pubblicai Dalla parte dei poliziotti sempre per i tipi di Mazzotta, dalla Cgil partì l’ordine del silenzio assoluto su quel saggio che accusava Pci e Cgil di voler strumentalizzare la battaglia dei poliziotti per la sindacalizzazione. Dalle 126 passai a zero recensioni.

Un riavvicinamento con Napolitano, sia pure indiretto, si verificò nella stagione craxiana. Dentro il Pci i dirigenti più avvertiti e preparati soffrivano il neo-leninista Enrico Berlinguer, che predicava le questioni morali, pur continuando a percepire e richiedere di continuo i dollari del Pcus e dei Paesi della Cortina di ferro. L’esosità di Berlinguer fece addirittura nauseare, nel 1974, Leoníd Bréžnev. Alcuni di loro, definiti “miglioristi”, finirono per non nascondere le loro simpatie per Bettino Craxi. Aggiungo un corollario curioso: esattamente come gli allievi “miglioristi” dello stalinista Palmiro Togliatti capirono l’improponibilità e l’anacronismo del marxismo-leninismo, anche nel Pcus – lo scoprii nel 1989, lavorando a Mosca – i più diligenti scolari di Stalin compresero che non Achille Occhetto, ma Craxi sarebbe stato il leader giusto per una sinistra vincente in Italia. Me lo disse ad alta voce anche uno dei più immarcescibili custodi di Baffone: Okketto niet!

A riprova di come l’overdose di stalinismo e togliattismo potesse alla lunga far ragionare da socialisti e non da comunisti, la ritrovai a Praga nel 1990, dove gli ex dirigenti italiani dell’emittente clandestina Radio Oggi in Italia, tutti trasferiti dal Pci in Cecoslovacchia per sfuggire al carcere per reati di sangue, mi confidarono una notizia sconvolgente: anche lo spietato assassino stalinista Francesco Moranino s’era convertito in extremis alla socialdemocrazia.

Giorgio Amendola, Paolo Bufalini, Giorgio Napolitano, Emanuele Macaluso, Luciano Lama, Gian Carlo Pajetta, Antonello Trombadori ebbero, però, il torto di non dire chiaro e tondo di non sentirsi più comunisti, rifugiandosi in formulazioni e ipotassi allusive e criptiche.

Giorgio Napolitano, rispetto agli altri, aveva in più un neo rimarchevole: la mancanza di coraggio, ovvero il ritrarsi davanti anche al minimo rischio. E, infatti, pur apprezzando e stimando come leader e come statista Bettino Craxi, quando montò la torbida marea del manipulitismo, si guardò bene dal difendere con fermezza, da presidente della Camera, non solo Craxi ma le stesse istituzioni assalite e devastate dall’eversione antiparlamentarista. Eppure, sarebbe bastato gridare in Aula che il fascismo scaturì dall’antiparlamentarismo e dal manipulitismo.

Del resto, credo che sia stata la mancanza di coraggio a fargli attendere ben 50 anni prima di rinnegare gli spropositi espressi sull’Ungheria del 1956: “L’intervento sovietico in Ungheria ha contribuito, oltre che ad impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, ma a salvare la pace nel mondo”.

Aggiornato il 25 settembre 2023 alle ore 10:18:29