Accoglienza migranti: la strambata di Giuseppe Conte

Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 stelle accreditato dai sondaggi come terzo partito italiano per consensi, sente il vento di crisi che sta terremotando il Partito democratico a conduzione Elly Schlein e ne approfitta per tentare il soprasso. Da Lampedusa, presso cui si è recato per fare la solita passerella a beneficio di telecamere, il leader pentastellato annuncia la presa di distanze dai possibili alleati dem sul tema, strategico, dell’accoglienza dei migranti. Conte rompe il fronte dell’ipotetico campo largo dominato dall’ideologia multiculturalista, per dire che: “Noi siamo per la Terza via sull’immigrazione. Il Pd è per l’accoglienza indiscriminata. Non è possibile. Come non è possibile il blocco navale”. Uno smarcamento astuto dalle posizioni dei progressisti i quali vorrebbero riaffermare la logica irreversibile delle “porte aperte”, in opposizione “ontologica” al centrodestra nemico, nell’accezione schmittiana.

Perché di questa improvvisa virata del pentastellato? Vi sono due distinti piani di lettura della sua inversione di rotta. Il primo, squisitamente tattico. Avendo il Movimento 5 stelle una natura populista, sebbene connessa al qualunquismo ideologico, non ha alcuna parentela o affinità con nessuna delle storiche famiglie politiche europee. Perciò, può permettersi il lusso di variare anche di 180 gradi la sua offerta politica e di tenere conto degli stati emotivi dell’elettorato, quotidianamente rilevati dai sondaggi. Sulla gestione dell’accoglienza cosa dicono i sondaggi? Che il 60 per cento degli intervistati si dichiara insoddisfatto di ciò che sta facendo il Governo Meloni. Attenzione, però. L’insoddisfazione emersa non è imputabile all’eccessiva severità dell’Esecutivo nel trattare i migranti sbarcati sulle coste italiane, ma è vero l’esatto contrario: la maggioranza degli italiani giudica troppo debole l’azione di contrasto agli sbarchi, messa in campo dal Ministero dell’Interno. Ecco che, registrando lo scontento, dovuto alla preoccupazione per la degenerazione sociale e securitaria che l’impatto dell’arrivo in massa di immigrati irregolari può avere sugli equilibri comunitari, Giuseppe Conte gioca la carta del riposizionamento strategico. Evidentemente, il leader pentastellato ha valutato sostenibile il contraccolpo che una temporanea divaricazione dall’alleato naturale piddino provocherebbe anche sul proprio elettorato. L’avvicinarsi del confronto alle Europee del prossimo anno – dove il sistema di voto è proporzionale – lo ha convinto a puntare sulla differenziazione dal Pd su un terreno potenzialmente fertile ai fini dell’allargamento del consenso. Conte ha giocato sull’effetto sorpresa cogliendo impreparato il partner in pectore.

Cosicché è sua – e non del Partito democratico la prima mossa di smarcamento in vista delle elezioni europee. La sortita contiana – bisogna ammetterlo – ha qualche chance di successo a condizione che regga il presupposto costitutivo della strategia volutamente ondivaga del Cinque stelle: la memoria corta degli italiani. Già, perché la controindicazione alla disinvoltura con la quale Giuseppe Conte cambia idea sta nella diffidenza, per la credibilità della proposta politica pentastellata, che gli elettori manifestano al cospetto dell’ennesima giravolta contiana. Potrebbe domandarsi il cittadino che segue le cose della politica: a quale Conte devo credere? A quello odierno, tornata a essere la stessa persona che nel 2018 rivendicava al fianco di Matteo Salvini l’efficacia dei Decreti sicurezza varati dal suo Governo?

O devo pensare che il vero Conte sia quello che, cambiando setting e partner, si associa ai multiculturalisti radicali della sinistra; che decide, con i voti del suo partito, di mandare a processo Matteo Salvini, accusato di sequestro di persona per aver ritardato lo sbarco di migranti sul suolo italiano? Quale dei due Conte è quello autentico? Nel dubbio – conclude l’italiano pensante – non scelgo l’uno né l’altro, ma mi oriento su posizioni che restino coerenti nel tempo. Quindi, rispetto a un primo piano di valutazione, la mossa di Giuseppe Conte trova una sua fondata motivazione tattica, ma non è detto che sortisca l’effetto desiderato. Al contrario, potrebbe provocare una crescita del disorientamento all’interno di un bacino elettorale pentastellato non più in grado di riconoscere con chiarezza la propria collocazione ideale e programmatica.

Ma c’è un secondo piano di lettura della mossa di Giuseppe Conte, che merita di essere indagato. Nel manifestare la decisione di smarcarsi dalle posizioni oltranziste del Pd in fatto di accoglienza migranti, Conte compie un passo in più, introducendo un concetto che, in chiave prospettica, potrebbe estendere la linea di faglia che sta spaccando quel campo largo a sinistra, rimasto in fieri perché mai realmente nato. Conte ha evocato, in riferimento alla sua idea sull’accoglienza, l’ipotesi di una terza via. Ora, in politica le parole hanno un peso e un significato. Giuseppe Conte non è il “politicante per caso” che è stato il paradigma della rappresentanza politica secondo la visione populista del primo grillismo. Conte è fatto di pasta democristiana, per cui non spara parole al vento, ma le calibra.

Non essendo un illetterato sa bene che la Terza via è stata una corrente di pensiero politico affermatasi negli anni Novanta dello scorso secolo, nella fase ascendente della globalizzazione. La Terza via, sorta negli ambienti liberal statunitensi ed europei, si proponeva da alternativa parimenti all’interventismo dirigista delle politiche economiche statualiste di stampo keynesiano e al “mercatismo” indotto da un’esasperazione del neoliberismo, in particolare quello declinato in chiave finanziaria. I volti più noti alla pubblica opinione dell’idea della Terza via sono stati Bill Clinton e Tony Blair. Ma il termine Terza via è stato anche patrimonio, negli anni Quaranta-Cinquanta, dell’ordoliberalismo tedesco forgiato, nella versione di economia sociale di mercato, dagli economisti della Scuola di Friburgo. Se le parole hanno un senso, allora abbiamo il sospetto che nella dichiarazione di Conte ci sia qualcosa di più di ciò che traspare in superficie.

C’è probabilmente un’analisi approfondita del processo di trasformazione del Partito democratico che con l’avvento di Elly Schlein alla segreteria sta evolvendo – o involvendo, è questione di punti di vista – verso un recupero dei valori tipicamente novecenteschi del socialismo miscelati con le idee portanti – in particolare sull’etica e sul costume della società occidentale – del progressismo postmoderno. Il revanscismo ideologico del nuovo Pd non lascia indietro soltanto le componenti riformiste e liberalsocialiste che avevano trovato usbergo nel Partito democratico veltroniano, ma indica l’uscita a quei tanti filoeuropeisti, credenti nell’ordoliberalismo, che avevano immaginato possibile una fusione identitaria del loro pensiero con quello di un socialismo rinnovellato attraverso il filtro purificatorio delle socialdemocrazie del Nord Europa.

Se così fosse, se tale secondo piano di lettura della strategia contiana avesse un fondamento reale, allora dovremmo aspettarci giorni e mesi spesi dal Movimento 5 stelle a cercare di posizionarsi nel mezzo dello schieramento dell’ipotetico campo largo, allo scopo di intercettare i voti in uscita dal Pd non in direzione del populismo di sinistra, come sarebbe logico attendersi vista la matrice originaria di sinistra del grillismo, ma in direzione della galassia liberal che ruota intorno al Partito democratico. Per intenderci: da Emma Bonino a Carlo Calenda e, in parte, allo stesso Matteo Renzi. Tuttavia, è pur vero che l’insostituibile strumento di navigazione, di cui Giuseppe Conte fa sfoggio, è l’anemometro. Ciò comporta che, quando si analizzano le prese di posizione del leader pentastellato, sia d’obbligo anteporre la dicitura “nelle condizioni date”. Già, perché è sufficiente che il vento cambi di nuovo il suo corso che Conte e M5s svoltino con lui. Ora, il nostro compito è formulare ipotesi, ma non avendo la sfera di cristallo non possiamo dire oggi quando e se una di esse si avvererà. Ciò che sappiamo con incrollabile certezza è che il destino personale di Giuseppe Conte non sarà mai cupo perché se pure gli dovesse andar male in politica e se non volesse tornare a fare l’avvocato, un mestiere assicurato e di successo l’avrebbe comunque: skipper sulle barche a vela. Perché come lo annusa lui il vento che gira…

Aggiornato il 25 settembre 2023 alle ore 09:32:42