La fine della rispettabilità

Con la fine della borghesia, intesa in senso otto/novecentesco, è finita pure la rispettabilità, che era un elemento caratteristico di quel mondo? Parrebbe proprio di sì. Concettualmente la rispettabilità, che pure è concreta, apprezzabile, verificabile, se esaminata con attenzione possiede nondimeno connotati sfuggenti e all’apparenza pure contraddittori. Per esempio, la rispettabilità ha a che fare con l’onorabilità, se non proprio con l’onore, ma pure con l’ipocrisia. La Carta costituzionale prescrive addirittura di adempiere “con onore” le funzioni pubbliche. Però la virtù imposta con un articolo di Costituzione è forse un troppo pretendere, non tanto per i funzionari quanto per i politici.

La rispettabilità dipende, dovrebbe dipendere, dalla reputazione, non da un generico sentimento di riguardo, da simpatie e pregiudizi personali, da una notorietà comunque acquisita. La rispettabilità, benché riconosciuta, resta alquanto misteriosa perché spesso incerta e talvolta persino inspiegabile. L’uomo, ci ricorda Niccolò Tommaseo, “può avere gran nome nel volgo, senza che il volgo sappia in che stia il suo merito o se sia merito vero”. La reputazione che rende rispettabili non è una semplice credenza più o meno popolare. Sempre il Tommaseo precisa da par suo: “L’opinione è meno stabile e meno generale della riputazione, che è opinione di molti e quasi sempre fondata sui fatti. Veduto un uomo e parlatogli, se ne concepisce buona opinione o non buona; quella, riputazione non è. Le opinioni sul conto di un tale possono esser varie; la riputazione è l’opinione prevalente e più unanime”. La vera rispettabilità, pertanto, consiste nell’onesta reputazione che si acquista con “l’esercizio costante e intero dei doveri propri, non ha bisogno di correre per molte bocche né di essere accompagnata d’ammirazione o da riverenza profonda”.

Il nostro grande Niccolò Tommaseo, che scriveva nel pieno del Secolo borghese, annota con acume una distinzione che sembra scritta per l’oggi e in controluce lascia intravedere volti e vicende dei nostri giorni: “Può l’uomo essere rinomato e non riputato. I fatti della sua vita più noti possono acquistargli rinomanza e la sua vita privata non meritare il premio di riputazione buona. Non conviene mai sacrificare la riputazione alla brama di rinomanza”. Eppure, è ciò che accade nel tempo presente, specialmente dopo l’esplosione dei social, dove tutti i frequentatori della piazza mediatica, e son miliardi di persone, sono squassati dalla brama di rinomanza che cercano d’acquistare nei modi più stravaganti, futili, lubrichi, riuscendoci a totale discapito della reputazione, anzi spesso con una sottile, perversa, inconsapevole inclinazione autolesionistica. Pure il velo dell’ipocrisia di una rispettabilità purchessia è caduto. Nella “rete” vince la nomèa o addirittura la cattiva nomèa o banalmente la nomèa del nulla.

I social, tuttavia, hanno semplicemente accelerato la fine della rispettabilità, portando al parossismo la brama di rinomanza. La reputazione non sembra più un requisito essenziale del vivere civile o dell’accettazione in società. E neppure della vita pubblica: politica, in particolare. Complici anche i media, per i quali, purché faccia notizia, il mostro viene prima sbattuto in prima pagina e poi, sempre in prima pagina, intervistato. Sottigliezze professionali. Generalmente parlando, il comportamento dei media è tale che la reputazione fondata sui fatti può essere o non essere ritenuta tale. Una condanna penale per le fattispecie classiche di “baratteria politica” non implica l’oblio mediatico, come dovrebbe essere se la reputazione fosse un valore personale e sociale, bensì comporta spesso la rinomanza mediatica, un rinnovellare il male ma in forma di bene.

Nessun giornale e nessuna televisione andrebbero ad intervistare in galera (ma non si può mai dire con assoluta certezza!) un pluriomicida per riceverne un parere tecnico sugli efferati delitti di un suo emulo appena scoperto. Invece, campeggiano sulla carta stampata e girano negli studi televisivi molti politici fuori corso, ma condannati in via definitiva per gravi reati di natura pubblica, pertanto “disonorevoli”, ai quali viene chiesto questo e quell’altro afferenti a materie implicate e connesse ai reati da loro perpetrati. Così passano da pregiudicati a persone informate sui fatti, curiosamente. La condotta che li aveva fatti condannare e resi non rispettabili diventa una qualità mediatica. Quale migliore prova del fatto che la reputazione non sia più strettamente necessaria?

La stampa e la televisione considerano la reputazione ai loro fini. La rispettabilità cede alla tirannia dell’audience. Il discredito non è più ostativo nei piani alti della comunicazione, neppure forse nelle relazioni e sociali e social. Certe parole e certi pensieri politicamente scorretti sono vietati in tv e sui giornali, screditano gli articoli e i programmi, fanno perdere il posto. Invece sono ammessi certi ceffi da galera politicamente condannati, la cui presenza il posto lo assicura, accredita la stampa e dà lustro alle trasmissioni. La propensione, divenuta irrefrenabile persino nelle corti reali, a lavare in pubblico non solo i propri panni sporchi ma anche quelli altrui, prescindendo dalla reputazione e falsando la rispettabilità, modifica dalle fondamenta l’ethos dell’Italia, come delle altre nazioni che godono senza restrizioni di questa inusitata manifestazione della libertà di pensiero, dovuta alle moderne tecnologie.

Aggiornato il 07 settembre 2023 alle ore 12:37:55