Difesa della società naturale

Secondo Edmund Burke, l’ideale uomo di Stato deve possedere “una disposizione a preservare, contemperata da una abilità a migliorare”

Più è oscuro l’avvenire o appare complesso, più pretendono di prevederlo e governarlo. Ma “Le previsioni hanno, nel bene e nel male, il difetto fondamentale di trascurare l’imprevisto” (Minutatim, pagina 90). Il futuro non si comporta mai come vorremmo, men che meno come vorrebbero i pretenziosi architetti sociali che considerano la società umana alla stregua di un edificio da costruire secondo il disegno elaborato a tavolino in ogni dettaglio. L’indirizzo politico e la progettazione legislativa delle cosiddette riforme sociali inducono gli autori a convincersi che il pensato sia tanto necessario quanto realizzabile, tanto benefico quanto conforme. Questo genere di costruttori, a differenza degli architetti propriamente detti, non opera con elementi inanimati, non utilizza pietre e metalli, materiali inerti, ma esseri più o meno pensanti, dotati di passioni razionali e irrazionali. L’architetto è in grado di ottenere dai prodotti adoperati le forme che la tecnica gli consente. I politici, al contrario, possono soltanto augurarsi che le loro intenzioni obiettivate nelle leggi e negli atti di governo producano i risultati perseguiti e attesi. E, qui tutti dovrebbero ammetterlo, la storia mondiale conosce una sola decisione delle autorità governanti che abbia conseguito con assoluta certezza il fine a cui era preordinata: l’esecuzione capitale.

L’uzzolo di plasmare la società è un portato della modernità: della Rivoluzione francese, in particolare. Da allora, l’idea che il desiderio di ricostruire la convivenza civile dalle fondamenta fosse non solo positivo, ma addirittura realizzabile, divenne moneta politica corrente. Fino ad allora, l’anelito ad un mondo migliore, addirittura ideale, era invece confinato negli idilli dell’Arcadia, nelle filosofie della Città perfetta, nei Paradisi delle religioni, nelle utopie dei Moro, Campanella, Bacone. La Rivoluzione francese rovesciò istituzioni politiche e sanzionò diritti personali, affidando le une e gli altri ad una Costituzione formale scritta. Fu dunque rivoluzionaria, sebbene non in assoluto e solo all’inizio, degenerando presto nel sanguinario “Terrore”. Né ebbe mai, anzi il contrario, il suono sinistro che la parola assunse quando prese a significare qualcosa di “ultra-rivoluzionario”, cioè il sovvertimento violento dell’ordine naturale della società con l’imposizione forzata della collettivizzazione. La Rivoluzione francese potò grossi rami dell’Albero della Società. La Rivoluzione bolscevica e simili lo sradicarono. Il primo prosperò e diede frutti nelle stagioni successive. Il secondo inaridì fino a seccare in breve tempo.

Al contrario delle Rivoluzioni alla maniera francese ed alla maniera comunista, già così radicalmente differenti, la Rivoluzione che i Britannici venerano e chiamano “Gloriosa” (1688-89) ha il significato del tutto opposto di restaurazione dell’ordine violato: “Come molti avevano sostenuto già quando essa si era verificata, la rivoluzione che aveva portato al trono Guglielmo d’Orange era intesa nel senso della “revolutio” astronomica, assunta a metafora del ritorno circolare al punto di partenza, per indicare eventi che riportavano la storia al suo corso naturale, ed era per questo celebrata” (Ida Cappiello, Prefazione a Edmund Burke, “Difesa della società naturale”, Liberilibri 1993).

La società naturale che deve essere preservata dalle mene degli architetti sociali è composta dall’oceano sconfinato di atti, fatti, costumi, relazioni, opinioni, sottratti alla “legge positiva”, cioè alla norma “deliberata e imposta”. Il diritto vero e proprio è secreto da quell’oceano consuetudinario piuttosto che dalle leggi basate su calcoli politici tanto insicuri quanto più effettuati a fin di bene dai calcolatori. Da epoche lontane, il diritto non ci proviene dalle elucubrazioni astratte di legislatori benintenzionati, ma dalla ragione depositata nell’esperienza umana, la quale offre almeno due insegnamenti fondamentali: primo, le leggi qualificabili benefiche impongono divieti, obblighi di “non fare”, mediante norme generali ed astratte, non prescrivono i contenuti delle azioni lecite; secondo, anche le leggi qualificabili benefiche devono essere ridotte al minimo indispensabile per lasciare alle persone in carne e ossa la libertà di forgiarsi la vita con l’autonomia privata. A misura che le leggi benefiche si snaturano e/o proliferano, il vero diritto impersonale cede il passo al potere legislativo che lo comprimerà come un rullo stradale, secondo un movimento inverso alla naturale evoluzione postmedievale: anziché dallo status al contratto, dal contratto allo status, per usare la formula geniale di Henry Sumner Maine.

L’architetto sociale laureato dalla Rivoluzione francese e addottorato dalle Rivoluzioni bolsceviche corrisponde in pieno al “riformatore” marchiato a fuoco da Edmund Burke, che nelle “Riflessioni sulla Rivoluzione francese” non riusciva a immaginare un uomo “tanto follemente presuntuoso” da considerare il proprio Paese come una carta bianca su cui scrivere a proprio piacere. L’ideale uomo di Stato di Burke deve possedere “una disposizione a preservare, contemperata da una abilità a migliorare”. Questa disposizione e questa abilità sono divenute rare nelle democrazie contemporanee, nelle quali i parlamenti sono assoggettati ineluttabilmente alla “legge della rappresentanza” che già nel lontano 1990 enunciai così: “In democrazia gli eletti inseguono circolarmente i voti che li inseguono”.

Esistono opinioni comuni, anche autorevoli, che riconducono alla mancata soddisfazione materiale delle richieste settoriali dei cittadini la causa principale dell’astensionismo elettorale. Forse la disaffezione ha una causa psicologica oltre che fattuale. L’interventismo della classe politica, essendo sbandierato in favore di tutti, li induce ad illudersi di poter vedere soddisfatte al completo le loro proprie esigenze. Sennonché, trattandosi appunto di un miraggio, di una prospettiva ingannevole, di percezione alterata della realtà sociale e della necessità politica, la soddisfazione generale dell’elettorato è semplicemente impossibile. L’invincibile scontento che ne consegue mina alla radice la credibilità dei governanti agli occhi dei governati.

Gli architetti sociali generano le illusioni del popolo mentre respingono la responsabilità delle disillusioni. Non solo questi sono i loro mali e le loro colpe. Altrettanto grave è la capacità di eccitare nel popolo l’impazienza di conseguire quelle impossibili soddisfazioni che nondimeno promettono come immancabili risultati dei programmi così ben pensati. Purtroppo per la credulità popolare, nei loro disegni non sono delineate, o perché imprevedibili o ancorché prevedibili, le conseguenze inintenzionali, le quali sono totalmente “insensibili” ai vogliosi desideri degli architetti sociali, siano buoni oppure cattivi i loro proponimenti. Al danno causato dalla volontà d’intervenire in ogni anfratto della società, aggiungono così la fregola di realizzare l’intervento rapidamente. Accampano persino la scusa che il mondo corre veloce e adeguarvi l’azione diventa indispensabile. La smania che infondono nel popolo retroagisce e li costringe ad inseguirlo in una gara d’imprudenza e inefficacia. Invano Tito Livio li ammonisce dal lontano passato che “spesso l’indugio non toglie forza, ma alla forza aggiunge il ragionevole consiglio.”

Concludendo, disposizione a preservare, ragionevolezza nell’ideare, abilità nel realizzare non sono virtù comuni nei parlamenti e nei governi. Chiunque li esorti a praticarle è destinato all’insuccesso ovvero a successi occasionali propiziati da contingenze storiche affatto peculiari. Eppure, la fiducia negli architetti sociali non appare scemata, se si eccettua la palingenesi politica. Non è incoraggiante leggere che già nel 1853 (!) Spencer scrivesse sconsolato: “Così, mentre ogni giorno registra un errore, ogni giorno riappare l’opinione che c’è bisogno di un atto del Parlamento e di un sostegno pubblico per realizzare un fine desiderato. In nessuna maniera è meglio manifesta la fede perenne del genere umano” (Herbert Spencer, Troppa legislazione, Rubbettino 2013, pagina 48).

Non è proprio cambiato niente? La società naturale deve essere oggi viepiù difesa dai deliberati abusi dei processi governativi, legislativi, amministrativi che, con l’intento d’indirizzarla e guidarla e “redimerla”, ne inaridiscono le fonti vitali e ne deviano lo sviluppo complessivo, indebolendo e raffrenando la forza creatrice degl’individui.

Aggiornato il 04 maggio 2023 alle ore 09:55:11