Sbloccare la democrazia

Forse le prossime elezioni sono le più importanti dall’Assemblea Costituente. Da quel periodo a oggi l’Italia ha vissuto, per lo più, in una democrazia bloccata. Sul sub-Continente europeo, sino al crollo della Cortina di ferro, si sono confrontate democrazie “popolari” e liberali. Le prime vigevano nell’Europa centro-orientale, che alla fine della Seconda guerra mondiale era occupata dall’Armata Rossa. Nelle Costituzioni di quegli Stati, nella forma, erano conservati dei Parlamenti con una pluralità di partiti. Tuttavia essi, epurati, si presentavano alle elezioni in liste unitarie di “Comitati di liberazione” locali, delle liste bloccate onde assicurare la maggioranza dei seggi al Partito Comunista.

Nelle democrazie liberali la formazione di partiti politici era ed è libera, come libera era la competizione elettorale tra essi. Si formavano e costituivano nei Parlamenti, all’esito, maggioranze e opposizioni. La maggioranza aveva e ha la responsabilità di Governo, l’opposizione la libertà di critica. Alla tornata elettorale successiva, il quadro poteva essere confermato o capovolto dagli elettori. Il sistema semipresidenziale alla francese, introdotto dal generale Charles de Gaulle, ne è una variante. L’Italia è stata, nella pratica della sua Costituzione, una via di mezzo. Il Partito Comunista riuscì a imporre ai partiti, un tempo più o meno facenti parte del Comitato di liberazione nazionale, di considerarsi membri di un “arco costituzionale”, con una conventio ad excludendum d’eventuali estranei. Dalle elezioni per l’Assemblea Costituente fu chiaro come due parti se la battessero per avere la maggioranza in Parlamento: il Partito Comunista italiano e la Democrazia Cristiana. Per questo inserirono nella Carta un nuovo Ente locale, formalmente amministrativo ma, per dimensioni, più politico: le Regioni. Ossia feudi a garanzia di quei due, chiunque avesse avuto la maggioranza nel Parlamento nazionale. Comunque, all’epoca, il Triveneto sarebbe stato “bianco” e l’Emilia-Romagna rossa”.

Alle elezioni politiche del 18 aprile 1948 stravinse la Democrazia Cristiana. Anche un liberale laicista deve ammettere che fu una fortuna. Una vittoria comunista forse, Yalta permettendo, ci avrebbe trasformato in una democrazia “popolare”. L’affermazione democristiana, comunque, bloccò la democrazia. Coinvolse i “laici”, prima nel centrismo poi nel centrosinistra d’allora, per scaricare su di loro le responsabilità del Governo. Relegò il Partito Comunista all’opposizione, però consentendo alle sue istanze più importanti una presa in considerazione nelle misure legislative e di Governo. Una valvola di sfogo, questa, per sfiatare la pressione rivoluzionaria. Era una democrazia bloccata, senza alternativa al Governo.

Il ruolo di perenne opposizione da parte di un partito di massa fece crescere il Partito Comunista italiano, fino a lambire un “sorpasso” a scapito della Dc. La cricca più cinica – nel voler mantenere il potere – tra i democristiani, e la sapienza d’un marchese sardo con una lunga consuetudine familiare con il potere, concepirono il Governo spartito tra i due: il “compromesso storico”. Sul più bello, però, crollò il “muro di Berlino”. Il Partito Comunista italiano si camuffò in Partito Democratico della Sinistra, mandò avanti magistrati di fatto suoi, ultimi di una serie inserita nei ranghi dell’ordine giudiziario da Palmiro Togliatti quando fu Guardasigilli nei governi del Comitato di liberazione nazionale. Fino a quel momento erano rimasti per lo più in sonno, tranne bizzarre sentenze in materia di rapporti di lavoro. Poi fu “Tangentopoli”, per minare tutti gli altri partiti. Intendiamoci, anni di gestione di una democrazia bloccata avevano generato facili tentazioni per un personale politico non sempre di solidissima morale. I vecchi partiti crollarono come castelli di carta al primo starnuto.

Il nuovo capo dei comunisti travestiti, Achille Occhetto, pensò di poter facilmente conquistare il potere con una “gioiosa macchina da guerra” plasmata con tanti borghesi ansiosi di salire sul carro dei vincitori. Allora, scese in campo Silvio Berlusconi, che allestì dal nulla una forza politica. Chiamò a raccolta la società civile non comunista, fece costituire club sul modello di quelli della Rivoluzione francese: tutta una borghesia esclusa dalla precedente partitocrazia – avvocati, medici, commercialisti e quant’altro – corse in massa a fondarli. Berlusconi presentò la formazione come un “Partito Liberale di massa”. Poi si assicurò l’ala destra dichiarando che, se fosse stato residente a Roma, avrebbe votato – come sindaco della Capitale – Gianfranco Fini (contro Francesco Rutelli). Lombardo, si alleò con la Lega di Umberto Bossi. Sconfisse la gioiosa macchina da guerra ed ebbe l’incarico di formare il Governo. La democrazia italiana sembrò sbloccarsi.

Quando il ministro dell’economia, Lamberto Dini, presentò le sue misure di politica economica i sindacati, controllati dalla sinistra, insorsero. Il Capo dello Stato era Oscar Luigi Scalfaro, barone per un titolo ricevuto da un suo avo dal Re di Napoli, Gioacchino Murat. Il quale avo, poi, dimostrò la sua gratitudine con il presiedere il tribunale borbonico che condannò a morte Gioacchino Murat. Venne organizzato un ribaltone cui si prestò Umberto Bossi. Il Partito Liberale di massa vanne mandato all’opposizione, entrarono nel Governo le forze politiche sconfitte dagli elettori. Presidente del Consiglio fu Lamberto Dini. Egli impose le misure scatenanti la ribellione dei sindacati comunisti, questa volta col plauso degli stessi. La democrazia si era richiusa.

La storia successiva la conosciamo. Le toghe rosse s’inventarono processi su processi contro Silvio Berlusconi. Gli elettori lo votavano, la sinistra montava ribaltoni. Essa governò il più delle volte senza aver vinto le elezioni. A buon bisogno, per far il Governo, si presero personaggi con un buon pedigree ma mai votati da alcuno. Una democrazia bloccata, fino al punto di fregarsene delle elezioni.

In questa Italia c’era un altro tabù: nessuno poteva definirsi conservatore. Tutti dovevano essere, a titolo diverso, progressisti, tranne il vecchio Giuseppe Prezzolini. Fino a quando è comparsa Giorgia Meloni, leader dei Conservatori al Parlamento europeo. Viene fuori dai Parioli? No, dalla Garbatella! Ha determinazione perché non ha nulla da perdere. Per questo i sondaggi elettorali la danno in testa. Questo genera le precondizioni, per il 25 settembre, di poter tentare, una volta per tutte, lo sblocco della democrazia nel nostro Paese.