Gelmini e Carfagna, campionesse di salto in lungo

Molto si è scritto e detto del passaggio, senza soluzione di continuità, di Mara Carfagna e di Mariastella Gelmini da Forza Italia ad Azione, il partito di Carlo Calenda. Anche cose sgradevoli e insulti sessisti. Lo diciamo subito: non vi aspettate una sequela di contumelie e offese gratuite. Non riteniamo che volgarità e dileggio siano la giusta cifra interpretativa degli eventi che proviamo a commentare. Parimenti, non intendiamo dare alcun avallo a un comportamento politico che resta censurabile per modalità e contenuto. Entrambe hanno mancato di stile e di gratitudine verso un mondo che a loro ha dato tanto, in termini di appagamento personale, di potere e di notorietà. Ma questo è affare loro e delle loro coscienze. Non sta a noi giudicare la moralità del gesto. Invece, sta a noi porre sotto la lente d’ingrandimento la motivazione politica addotta a sostegno del salto della staccionata.

Entrambe hanno spiegato che la scelta di partecipare alla defenestrazione del Governo Draghi compiuta da Silvio Berlusconi, inopinatamente sintonizzatosi sulle frequenze populiste ed estremiste di Lega e Fratelli d’Italia, le avrebbe indotte a rompere con il proprio passato forzista. Le due ministre avrebbero prontamente virato sul partito di Carlo Calenda perché i valori propugnati da Azione sarebbero in linea con la tradizione liberale. È così che stanno le cose? La risposta è no. La peculiarità che ha caratterizzato il centrodestra dalla nascita (1994) è di essere stato una sovrastruttura vocata a rappresentare, nella formula coalizionale, un pezzo di Paese culturalmente e idealmente omogeneo. Le divisioni, che hanno contraddistinto la dialettica tra i singoli partiti della coalizione, hanno ragion d’essere nelle differenti declinazioni di un pensiero comune radicato nella storia unitaria precedente all’avvento del Fascismo. Ciò spiega il perché, nel corso degli anni della Seconda Repubblica, gli spostamenti dei flussi elettorati, riguardo al centrodestra, siano avvenuti all’interno del perimetro della coalizione. Al più, nei momenti peggiori nei quali la spinta propulsiva delle organizzazioni partitiche e il carisma delle leadership hanno conosciuto un appannamento, quote di elettorato del centrodestra sono defluite verso l’astensione, ma non hanno tracimato nel campo della sinistra progressista.

Vi è da osservare che le posizioni all’interno del centrodestra non si siano cristallizzate. Nella naturale dinamica dei rapporti intra-coalizionali c’è stata una sorta di contaminazione tra correnti di pensiero. Il liberalismo di Forza Italia ha stabilito non pochi punti di saldatura con il conservatorismo di Fratelli d’Italia. La Lega, anche nella stagione del sovranismo di Matteo Salvini, non ha mai rinnegato la radice liberale di conio risorgimentale preunitario. E il temuto anti-europeismo di Lega e Fratelli d’Italia si è rivelato essere piuttosto un mezzo di denuncia della subordinazione sistemica italiana a Bruxelles, voluta dalla sinistra nel rapporto con le burocrazie europee e con le cancellerie più forti dell’Unione. Una critica all’ultima Europa, “germanocentrica” e tendente alla marginalizzazione degli Stati del Sud dell’Unione, è appartenuta anche alla “super-europeista” Forza Italia. L’aspetto valoriale, ostracizzato nel dibattito politico, ha una rilevanza fondamentale per comprendere una verità incontrovertibile, contro la quale negli ultimi trent’anni sono andati a infrangersi tutti i tentativi di composizione di aggregazioni centriste: l’elettorato di centrodestra non è antropologicamente disponibile a lasciare il proprio campo d’appartenenza per andare altrove. Da qui l’avventurismo velleitario delle due dirigenti forziste nel credere, con il loro voltafaccia, di potere spostare voti dal centrodestra alla formazione di Carlo Calenda. Non accadrà, nonostante il gioco astuto del leader di Azione che spera di trarre in inganno gli elettori moderati sventolando un ideale liberale che, nella realtà, è la versione “liberal” di quell’ideale. “Liberal” è sinonimo di progressismo modellato per corrispondere alle istanze delle élite dell’alta borghesia, non già di quel ceto medio produttivo, spina dorsale dell’economia del Paese, che costituisce il blocco sociale di riferimento del centrodestra.

Il liberalismo, nella sua accezione tradizionale, che innesca il processo democratico, è connaturato alla destra, non alla sinistra. Sostenere, come fanno i progressisti nostrani, che l’attacco alla democrazia venga dalla destra conservatrice è un falso storico. È la sinistra egemonica che, mentendo sulla difesa della democrazia, tende a sospenderla o, quando l’espressione della volontà popolare è costituzionalmente ineludibile, a neutralizzarne gli effetti. Questa sinistra non ha dimenticato la lezione gramsciana sulla conquista dell’egemonia. Antonio Gramsci, infatti, scrive: “La supremazia di un gruppo sociale si manifesta in due modi, come dominio e come direzione intellettuale e morale. Un gruppo sociale è dominante dei gruppi avversari che tende a liquidare o a sottomettere anche con la forza armata, ed è dirigente dei gruppi affini e alleati”.

Sono concetti che calzano perfettamente alla realtà dell’odierno centrosinistra a trazione Partito Democratico. Poniamoci qualche domanda. Chi è che ha praticato la “via giudiziaria”, violenta e prevaricatrice, per eliminare dalla scena l’avversario politico? Chi in questi giorni agita lo spauracchio della rovina del Paese perché la destra avrebbe rotto il patto di Governo e trascinato gli italiani in quel luogo di perdizione che sono le urne elettorali? Chi è che sta allestendo un’armata Brancaleone di forze partitiche inconciliabili tra loro per una crociata morale: sconfiggere le destre? Chi si batte non per vincere democraticamente ma per rendere ingovernabile il Paese puntando al suo ennesimo commissariamento. La pretesa metapolitica di egemonia culturale ha bisogno, per dispiegare tutta la sua forza, di un nemico da abbattere, non di un progetto da realizzare per il bene di qualcuno, che sia una comunità nazionale di donne e uomini liberi. Men che meno necessita di una visione condivisa di futuro dell’Italia. L’idea di democrazia della sinistra progressista è un sepolcro imbiancato, una casa senza finestre, un mondo senza popolo, dominato da élite “illuminate” che sanno scegliere per il bene della gente in forza di una autoproclamata superiorità morale.

Eppure, i Carlo Calenda e gli Enrico Letta che vediamo oggi all’opera non sono discendenti in linea diretta delle cultura marxista della sinistra novecentesca, né dell’unità dei cattolici in politica, né del socialismo liberale dei fratelli Carlo e Nello Rosselli e neanche della tradizione sindacale di Giuseppe Di Vittorio e di Luciano Lama, ma è come se lo fossero in quanto figure generate dagli ambienti sofisticati che hanno riconfigurato l’ideologia progressista: i salotti intellettuali dell’intellighenzia radical-chic, la redazione de “La Repubblica” di Eugenio Scalfari, l’Arel (Agenzia di ricerche e legislazione), il cenacolo intellettuale di Beniamino Andreatta.

Questo ragionamento porta una conclusione che potrà sembrarvi paradossale. Le ministre Gelmini e Carfagna sono vissute per decenni in un ambiente politico e culturale del quale non hanno compreso nulla. Soprattutto, non hanno capito le istanze di fondo della sua constituency. Se in ciò vi sia stata ignoranza o calcolo opportunistico non possiamo dirlo e neppure ci interessa saperlo. Resta l’evidenza di due percorsi politici costruiti su un malinteso. Il che non è comunque lusinghiero per le interessate. Si potrebbe asserire che le “malcapitate” siano state vittime di una disforia di genere ideologico: loro, personalità liberal-progressiste, costrette a vivere in un corpo liberale tradizionale. Se adesso, con il passaggio all’altra sponda, che in queste ore si arricchisce dell’alleanza promiscua con le forze della sinistra massimalista e dell’ambientalismo radicale, potranno riallineare le loro identità alla natura ideale che le ispira, buon per loro. Ma non si aspettino che gli elettori del centrodestra si sottopongano per empatia al medesimo iter processuale per il cambio d’identità. L’appartenenza ideologica, l’idem sentire di una comunità di destino, sono cose serie, come sanno quelli che hanno tentato la stessa trasformazione identitaria prima di loro, da Angelino Alfano a Beatrice Lorenzin. Mariastella Gelmini e Mara Carfagna lo scopriranno presto. Verosimilmente il prossimo 26 settembre.