Non è una novità che, a fronte di una crisi più o meno presunta (dipende dalle rispettive collocazioni politiche) i diversi leader passino da un incontro all’altro sfogliando la margherita: crisi, non crisi, rinvio. E il rinvio, parola magica nella nostrana politica di tutti i tempi, è sempre stato una specie di approdo, o meglio, di una sosta per riprendere la corsa versi quel dove in cui dovrebbero finire liti, tensioni, minacce, proposte, progetti.
In realtà, ciò che in questi giorni abbiamo sotto gli occhi è una crisi presunta, benché annunciata (dal Movimento Cinque Stelle) ma simile a una (finta) sosta, nel senso che per uno come Giuseppe Conte il desiderio più vero e più vivo è non fermarsi e mandare a monte baracca e burattini. Dal suo punto di vista, questo mandare a monte è tanto più utile al M5S quanto più la durata del Governo di Mario Draghi si prolunghi verso la sua scadenza naturale, smangiando i consensi ai grillini. Una tesi che non ci sembra così forte.
D’altra parte, è proprio l’ex presidente del Consiglio che dichiara questo assoluta necessità parlando di discontinuità, giacché i pentastellati vivono un profondo disagio politico nello stare in un Governo del quale lo stesso Conte conosce la vera origine (o motivo?) proprio nella sua cacciata da Palazzo Chigi. Diciamocelo: è comprensibile al di là della presentazione dei nove punti contiani alla discussione in una maggioranza verso la quale, peraltro, anche un leader di lungo corso come Matteo Salvini non si sente così ben disposto, con il pensiero e con le preoccupazioni rivolte al 2023. E alla crescita di una Giorgia Meloni che nell’opposizione sta occupando un ruolo non solo prioritario, ma con una corsa senza sosta verso la conferma di un primato, in prospettiva governativo.
Ciò che Conte afferma, come si dice coram populo, è il timore di una erosione di consensi del M5S, rimanendo in una situazione come questa e per di più fianco a fianco con quel Luigi Di Maio scissionista, che ha tolto al Movimento Cinque Stelle la primazia elettorale nel panorama italiano, occupando nell’Esecutivo un ruolo di primo piano.
Anche per Matteo Salvini questa maggioranza non è affatto il minore dei mali. Anzi, la stessa gli soffoca sul nascere il desiderio di mettere le carte in tavola con Draghi, del quale il ministro Giancarlo Giorgetti, quanto a spegnimento dei bollori salviniani, è ormai il massimo esperto. Ma rubando ai progenitori latini quel sintetico “rebus sic stantibus”, è lecito chiedersi se questi snodi pericolosi non si intreccino in un districato gioco, dal quale non si trovi una via d’uscita. E ciò al di là delle mosse distensive del premier in un Governo che sembra una “barca sempre più difficile da condurre dove, ormai, si cerca di riparare una falla e per reazione se ne apre una nuova e non meno pericolosa”.
Come si diceva, si sta sfogliando la margherita di una situazione complessa, resa pericolosa in una sorta di day by day dove il premier ha un bel mettere di mosse distensive, laddove Conte è in balìa dei falchi grillini e Salvini è trattenuto per la giacca nei suoi frequenti sfoghi antigovernativi. Ma fino a quando?
Aggiornato il 08 luglio 2022 alle ore 09:50
