Una legislatura di vere riforme

L’enciclopedia Treccani definisce la riforma come la “modificazione sostanziale, ma attuata con metodo non violento, di uno stato di cose, un’istituzione, un ordinamento. In particolare, il termine è stato applicato ad indicare innovazioni o mutamenti profondi nella vita dello Stato o della Chiesa, dovuti (almeno per ciò che riguarda lo Stato) all’azione legittima e regolare dei poteri costituiti”.

Il fallimento della nostra democrazia è universalmente riconosciuto. La crisi è strutturale. Le nostre istituzioni, così come sono state disegnate dalla Costituzione, non rispondono più alle esigenze di una governance moderna in grado di dare risposte in tempi accettabili alle mutate esigenze della società. Più che di riforme, il nostro Paese necessiterebbe di una vera e propria rivoluzione copernicana. Non è facile modificare una struttura istituzionale concepita dai padri costituenti con l’obiettivo di evitare la concentrazione dei poteri nell’Esecutivo dopo il ventennio fascista. Dopo 74 anni, è giunto il momento di emancipare la nostra democrazia.

È ancora possibile eleggere un Presidente della Repubblica per sette anni che non rappresenti la volontà del popolo sovrano? La riforma dell’elezione del Capo dello Stato è indifferibile. È possibile che il Capo del Governo, massima espressione del potere politico, non abbia avuto un mandato popolare? Il presidente del Consiglio dei ministri deve essere eletto direttamente dal popolo o, quantomeno, deve rappresentare il partito o la coalizione che ha ottenuto la maggioranza dei voti. Può un ordine giudiziario influenzare la politica, svolgendo arbitrariamente la funzione di supplenza della politica? Occorre riformare la giustizia nella sua interezza e non con i “pannicelli caldi” della cosiddetta riforma del ministro Marta Cartabia (nelle condizioni date era l’unica riforma possibile).

I partiti politici che si richiamano ai valori del centrodestra, se uniti, hanno l’opportunità irripetibile di governare per una legislatura e imprimere una svolta, riformando le istituzioni italiane: elezione diretta del Capo dello Stato, elezione diretta del capo del Governo, ripristino dell’immunità parlamentare, libertà d’impresa, riduzione del carico fiscale e contenimento della spesa clientelare, abolizione di tutte le leggi speciali e di emergenza per un “rivoluzionario” ritorno alle norme ordinarie valevoli erga omnes, tagliare le unghie alla burocrazia abolendo il giudizio di merito e introducendo il criterio della legittimità. Inoltre, se il cittadino o l’impresa rispettano pedissequamente i criteri previsti dalle norme, il burocrate deve rilasciare le autorizzazioni in tempi predeterminati.

Lo slogan per le prossime elezioni politiche dovrà essere “tutto è permesso, a eccezione di quello che è espressamente vietato”.