Se danno la colpa a Usa e Nato della guerra in Ucraina

Il viaggio di Mario Draghi negli Usa e l’incontro con Joe Biden offrono l’occasione per una speciale lettura, starei per dire nuova, di questa visita peraltro non unica fra alleati, necessaria in un contesto storico-politico come quello attuale. La cordialità quasi affettuosa di Biden per il nostro premier sembra un dovuto privilegio per il nostro Paese. E, in più, segna una particolare svolta che rappresenta, a ben vedere, un vero e proprio contrappasso rispetto a quei politici italiani che hanno premuto su Draghi, perché favorisse nel tête-à-tête alla Casa Bianca una decisa calata dei toni guerrieri e imperialistici, in special modo inviando sempre meno armi all’Ucraina. E lasciando così intendere, fra le righe, che è nella Nato e negli Usa guerrafondai che vanno cercate molte responsabilità (o i veri ostacoli per la pace) circa l’attuale sanguinosa guerra fra Russia e Ucraina. Ovviamente si omette il fatto che colpevole di questa guerra è l’invasore, cioè il bravo e buono Vladimir Putin, mentre il cattivo è l’ucraino Volodymyr Zelensky.

Vale a questo punto la pena ricordare un intervento autorevole di qualche giorno fa, invero non secondario e a tutta pagina sul “Corriere della Sera”. Si tratta infatti di una lunga chiacchierata dell’ingegnere Carlo De Benedetti a proposito della guerra in Ucraina. Diciamocelo: non poteva mancare un suo intervento, una sorta di speech assai poco frequente negli anni scorsi, avendo l’ingegnere a disposizione pulpiti quotidiani non pochi e di comprovata importanza. Rileggendolo con un po’ di attenzione, soffermandoci su parole e frasi, a una prima lettura apparse nel solco della tradizionale posizione di quella speciale gauche caviar che così spesso sa ben mascherare la sinistra muscolosa, è apparsa in tutta la sua portata politica la vera scelta debenedettiana. Non dissimile qua e là da diverse posizioni di leader italiani, come quella di un Matteo Salvini col suo prudente neutralismo “contro le armi (americane) che allontanano la pace” detto in sintonia con Giuseppe Conte. Oltre che da un pacifismo antiamericano, sparpagliato in diversi settori della società italiana, forse nel timore di dover pagare cari gli effetti della guerra.

In realtà, nell’intervista di Carlo De Benedetti c’è poco da mascherare quando una frase a suo modo esemplare recita né più né meno così: “Ma davvero pensiamo ancora di potere esportare la democrazia con le armi?”. Testuale. E poi: esportarla dove? Possiamo tralasciare il resto del lungo intervento, perché ispirato a una frase del genere; vale perciò la pena approfondirne qualche dettaglio. La parola democrazia, del resto abusata in lungo e in largo in questi giorni, dovrebbe essere riferita, senza se e senza ma, all’Ucraina che è un Paese democratico, libero, anelante all’Europa, autonomo, assai poco militarizzato rispetto a una Russia della quale abbiamo visto, con il contributo entusiasta di tutti i tg e le tv, la marcia interminabile in una Mosca blindata come ai tempi di Stalin di carri armati, artiglierie, missili e soldati impettiti nei loro canti di vittoria. Rimembranti marce lontane nel tempo per noi italiani ma non per russi e, soprattutto ucraini, con i loro otto milioni di morti a opera dei nazisti. Sfilate per mostrare i muscoli, con il capo supremo Putin in mezzo a generaloni in divise pluridecorate, più o meno in servizio attivo.

La seconda parola chiave dell’intervista debenedettiana, abbinata a democrazia, è armi. E ancora si continua a omettere che ci troviamo di fronte all’invasione preparata e realizzata dalla Russia di Putin. Una aggressione di massa, cupa, crudele, selvaggia, senza ragioni che non siano quelle di un cieco imperialismo peggiore di tutti gli altri, senza alcuna motivazione. Tant’è vero che la propaganda del Cremlino invita a ripulire l’Ucraina dal nazismo, senza rendersi conto che la sua invasione è copiata e attuata esattamente come quella di Adolf Hitler nei confronti della Polonia (1939). Aiutare l’Ucraina è un obbligo morale prima ancora che politico, checché ne pensino i debenedettiani ad honorem come Conte, che qualche giorno fa, senza paura del ridicolo, proponeva l’invio di armi leggere: pistole ad acqua o tirasassi. Possibilmente avvolti come cioccolatini.