Elezione del Presidente della Repubblica: l’ennesima mancata riforma

È più che normale che si parli sempre più spesso dell’elezione del prossimo Presidente della Repubblica. Ma che se ne parli dentro il corpaccione della politica, senza eccezioni, è meno normale anche perché, se lo fosse, starebbe a indicare il senso più pieno (e drammatico) della sconfitta della nostra democrazia. L’appuntamento del Colle sta diventando il cosiddetto hic Rhodus, hic salta che, come scrivono da sempre gli storici, è un salto senza protezione che, sbagliando, conduce fatalmente a terra. Ma ciò che più stupisce (benché ormai si sia abituati a qualsiasi stupore) è lo stesso accanimento che, insieme ai media, stanno mostrando i maggiori partiti, escluso il Movimento Cinque Stelle che non ha ancora capito bene il vero significato della votazione e, come vediamo, sta sparando nel mucchio.

Perché questo stupore? Perché è da decenni, mezzo secolo circa, che si avvertono i più alti lai dai partiti, nessuno escluso, a proposito non tanto della stupefacente mancata sintonia democratica del voto parlamentare per il nuovo inquilino del Quirinale, quanto della sua macchinosità partitica che, tra l’altro, è implicita proprio in quella mancata adesione. Mancata nella misura con la quale la votazione è frutto delle segreterie dei partiti –da non confondere con la partecipazione decisiva della politica – sottraendo in tal modo molto del valore obbligatoriamente popolare alla decisione più alta dei parlamentari.

Sono questioni di cui, come s’è detto si parla da anni trascurando, in larga misura, proprio da parte della politica, i più che possibili rimedi a una scelta proiettata sette anni nel tempo e che suscita ogni volta qualche osservazione con rinvio alla prossima: fra sette anni. Se ne è accorto, tuttavia, il quotidiano inglese “The Guardian” che ha ottimamente valutato l’operato del presidente Mario Draghi ma con un’osservazione a dir poco “pesante” con il giudizio che la democrazia deve, più prima che poi, ritornare laddove si è in presenza di un vulnus con un presidente extra parlamentare, perché non eletto da nessuna formazione politica e, dunque, per taluni aspetti, “irresponsabile”.

Intanto, va segnalata la buona volontà di Matteo Salvini che ha parlato di “elezioni veloci” per il Quirinale ma sta proprio in quell’aggettivo non casuale la preoccupazione del leader della Lega per i tempi lunghi non disgiunti dai sospetti che qualche tiratore scelto faccia danni a cominciare dal voto su Silvio Berlusconi, per il quale lo stesso interessato si sta muovendo con consumata agilità all’interno del vasto universo dei votanti, non ignorando che quella dei franchi tiratori è una delle professioni più nascostamente diffuse, da decenni.

Il fatto è che in questo non breve lasso di tempo la politica ha complessivamente messo la sordina sulla questione decisiva del voto quirinalizio, rinviando la questione alla leggendaria grande riforma delle istituzioni. Come si dice: en attendant Godot.