Non è che sia stata zitta, la giustizia all’italiana, in questi anni. Anzi. Il fatto è che non passa giorno che questo o quel pm, questo o quel giudice, questo o quell’esperto (di sinistra, altrimenti esperto non è) non riversi su stampa e tv un pensierino, una constatazione, una rilevazione e soprattutto una accusa a chi, chiunque esso sia purché non di sinistra, cioè non del Partito Democratico, manifesti disaccordo, denunci una mancanza, esprima un parere diverso dal solito imperversante mainstream che ha fatto della giustizia, ripetiamo all’italiana, un totem da venerare e un tabù da temere perinde ac cadaver.
In questi giorni questa giustizia si sta occupando (donde la sua voce instancabile aumentata dal supporto del coro gauchista) di un personaggio come Matteo Renzi che non è l’ultimo arrivato ma che sembra avere il torto di appartenere a quei primi inter pares a capo di governi che da un trentennio sono nel mirino degli addetti alla demolizione giudiziaria proprio di coloro che una volta venivano definiti, appunto, i primi della classe. Non c’è alcun reato (per ora) nei confronti dell’ex premier, anche se i custodi della morale si ergono in Parlamento e sui media contro la sua nuova professione di invitato privilegiato e retribuito di governi stranieri, tirando in ballo i pagamenti relativi collegati con uno sguardo ai suoi conti correnti. È quello che qualcuno chiama giornalismo guardone. Tutto normale, si fa per dire, e non certo sulla irregolarità dei flussi pro-Renzi ma su quell’altro flusso, micidiale e implacabile che gli specialisti mediatici, con in testa il “Fatto quotidiano”, gli riversano addosso pluri-quotidianamente.
Siamo, insomma, alla gogna mediatica, una specialità anche questa del nostro sistema informativo e giudiziario, assai collaudata da circa un trentennio, il cui plotone d’esecuzione è tanto più offensivo quanto più il bersaglio rimane solo venendogli meno alleanze e amicizie del bel tempo che fu. Esemplare, a tal proposito, il comportamento del segretario dem che non ha speso mezza parola per difendere Renzi dalla gogna mediatica di verbali e informazioni personali senza alcuna valenza giudiziaria. Anzi, come ha notato qualcuno, si è fatto un grappino e lo ha postato su Twitter. Prosit!
Nel frattempo, in Senato, proseguono i lavori sul decreto giustizia-referendum e, come si sa, si sprecano battute e riflessioni in cui, al di fuori dell’ufficialità, si specchiano i reali pensieri benché, in questo caso, ciò che ha suscitato appunti per dir così stupefatti è stato Vittorio Ferraresi, ex sottosegretario alla Giustizia e uomo ombra dell’ex ministro pentastellato Alfonso Bonafede (un duo degno della Coppa per i migliori giustizialisti) che ha attaccato duramente l’ex sindaco di Lodi, Simone Uggetti, assolto in appello dall’accusa di turbativa d’asta. Fra lo stupore sempre più crescente dei presenti, Ferraresi ha poi chiarito (qualcuno potrebbe evocare la cancel culture giustizialista) che il suo scopo precipuo è stato ed è quello di “ricordare che la responsabilità politica è diversa da quella penale e che la politica dovrebbe condannare prima le responsabilità politiche e poi eventuali responsabilità penali. Un’assoluzione non ti assolve dal fatto che determinati atti sono contrari all’onore e alla trasparenza”. Testuale, parola di boia.
Aggiornato il 12 novembre 2021 alle ore 09:43
