Apologia dell’appello universitario contro il green pass

“Gli accademici sono stati confutati al punto da non avere altra difesa che nell’assurdo”: così scriveva Sant’Agostino nel suo dialogo “Contro gli accademici”, quasi anticipando il nucleo delle critiche mosse a quella parte del mondo accademico italiano che sta aderendo all’appello per l’abolizione del green pass dall’ambito universitario.

Avendo già chiarito tutte le difficoltà giuridiche che indubbiamente impediscono di ritenere legittimo il green pass – a meno che si preferisca guardare alla realtà con il filtro ideologico più che con quello strettamente giuridico – occorre adesso comprendere le ragioni di questa mobilitazione che è già sotto il fuoco incrociato dei tiratori scelti della fanteria di linea di quel pensiero unico pandemistico denunciato perfino da Marco Travaglio (che se ne intende, essendo stato da sempre punta di diamante del conformismo progressista). In quest’ottica l’appello di alcuni accademici, non soltanto, non è una difesa dell’assurdo, ma rientra in quella ricerca della verità negata da quegli scettici contro cui Sant’Agostino ha pensato il suo dialogo. Devono essere evidenziate a tal fine alcuni profili.

In primo luogo: l’appello è da accogliere positivamente, perché significa che le urgenze della pandemia non hanno ancora del tutto sconfitto lo spirito critico e quello democratico che vivono di dialoghi, discussioni, dibattiti, confronti sull’assunto che non vi è e non vi può essere un pensiero unico. L’appello, quindi, è una sfida al pensiero unico, cioè una rivendicazione di genuina libertà del pensiero e della coscienza, almeno da parte di coloro che a torto o a ragione vi hanno coraggiosamente aderito.

In secondo luogo: la trasversalità degli aderenti, di quasi tutti gli atenei italiani e di quasi tutti i settori scientifico-disciplinari, dimostra da un lato che vi è una comune sensibilità per la libertà che oltrepassa le singole specializzazioni, poiché del resto la verità è universale e trascende le differenti singolarità, e dall’altro lato che non occorre essere necessariamente giuristi per avvertire le storture giuridiche che il green pass introduce, specialmente nell’alveo universitario. L’Università, infatti, è tale in quanto in essa dovrebbe riflettersi l’universalità del pensiero, dello spirito umano, della libertà di ricerca, dell’uomo che indaga su se stesso oltre le differenze contingenti.

L’introduzione del green pass, che consente di distinguere cittadini di serie A dai diritti fondamentali espansi e cittadini di serie B dai diritti fondamentali compressi (se non in certi casi del tutto soppressi), è un colpo mortale inflitto al cuore dell’istituzione universitaria che, a causa proprio del green pass, rischia di tradire la propria vocazione all’universalità.

Ciò che dovrebbe rammaricare o indignare, dunque, è non tanto che vi abbiano aderito alcune centinaia di esponenti del mondo accademico (docenti, ricercatori, dottorati, dottorandi), ma che non tutti l’abbiano fatto in massa, dimostrando, semmai ancora una volta ce ne fosse di bisogno, quanto sia grave l’ottundimento intellettuale e quanto sia grigio il conformismo ideologico-culturale che affligge il mondo accademico italiano.

In terzo luogo: l’idea che il suddetto appello sia mera retorica, poiché non tutti gli aderenti sono in grado di comprendere, in ragione delle diverse discipline coinvolte, i problemi di carattere medico-scientifico che sono alla base della pandemia, è falsa nella misura in cui l’appello non riguarda i problemi strettamente medico-scientifici, ma il green pass che è un provvedimento squisitamente politico, e nella misura in cui la democrazia e lo Stato di diritto si basano sulla riserva fallibilistica secondo cui nessuno è infallibile, neanche quella piccola élite di virologi-epidemiologi-immunologi-infettivologi che è divenuta di recente così influente con l’avvento del Covid.

In tale direzione si possono e si devono ricordare le parole di un autentico spirito democratico come Gaetano Salvemini che, giustamente, aveva avuto modo di osservare come “la democrazia si basa sull’assunto che nessuno è infallibile e che nessuno possiede il segreto del buon governo. Non esiste una esatta come le scienze fisiche. I fenomeni della vita sociale sono infinitamente più complicati di quelli del mondo fisico (…). La dittatura si basa sull’assunto che l’umanità è divisa in due parti assolutamente disuguali: la massa, il volgo, che non sa e non capisce nulla; e una minoranza, i “pochi eletti” che, soli, conoscono i segreti per la soluzione di tutti i problemi”. L’appello, dunque, cerca di provare che non siamo ancora nella dittatura tratteggiata da Salvemini, poiché c’è ancora qualcuno che esercita il pensiero critico.

In conclusione: l’appello del mondo dell’Università – rectius, di quella parte libera del mondo universitario che pur senza negare la gravità della pandemia ha saputo affrancarsi dall’ideologia pandemistica che si è sviluppata fondandosi su tre elementi: relativizzazione dei principi giuridici fondanti lo Stato di diritto; presunta infallibilità della scienza; silenziamento di ogni legittimo dubbio – costituisce una luce di speranza democratica e giuridica nelle tenebre dell’emergenzialismo pandemico, così che dovrebbe essere coraggiosamente abbracciato e sostenuto da tutti invece di essere deriso o attaccato da alcuni, ma per questo sarebbe necessaria proprio quella libertà di coscienza che oggi manca e che il suddetto appello intendere testimoniare.

Aggiornato il 09 settembre 2021 alle ore 12:48