Una sfida nel centrodestra per una guerriglia degna di miglior causa

Tutto deve essere cominciato da quando, matematica alla mano, decisero che la presidenza del Consiglio sarebbe toccata a chi avrebbe preso più voti nel centrodestra, almeno uno.

In teoria, nulla quaestio, anche perché quello dei voti è un criterio squisitamente democratico. Il fatto è, però, che per dirla con l’immortale Totòla somma non fa il totale”, nel senso che la quantità di chiunque non può essere sottomessa alla quantità dell’altro: ci vuole un equilibrio. Ma nel caso Giorgia Meloni- Matteo Salvini questo equilibrio si è venuto man mano indebolendo fino alla rissa a proposito della vicenda Rai per la quale fu bocciato il candidato della leader di Fratelli d’Italia che, tra l’altro, ne aveva il diritto. Diciamocela tutta: il teatrino sulla Rai ce lo potevano risparmiare coi tempi che corrono.

Si sa: la Rai, come ricordava l’indimenticabile Biagio Agnes, direttore generale del tempo che fu, “è una brutta bestia e va governata anche senza essere nel Cda” ma lo diceva quando si era garantita una solida maggioranza nel Consiglio di amministrazione con annessi e connessi.

Le cose non sono molto cambiate alla faccia delle sacre promesse contro la lottizzazione, ma il problema ora è un altro ed è all’interno di uno schieramento che è maggioranza nel Paese e che, con ogni probabilità, lo sarà nelle prossime elezioni politiche.

Intanto, perché la gara dei due maggiori competitori, tutta interna, consiste essenzialmente nel derubarsi dei voti reciproci, dopo aver spolpato bene la “poveraForza Italia di Silvio Berlusconi ed è in questa gara a chi arriva primo nei sondaggi del lunedì di Enrico Mentana – o di Alessandra Ghisleri – che il motivo di una sfida tutto sommato futile perché simile a un film settimanale si sta arricchendo di nuovi colpi di scena (per ora a sentire le malelingue) anche alla luce della micidiale tecnica meloniana di rispondere colpo su colpo, prendendo un capace Lucio Malan (sia pure dalla debole Forza Italia) che non è di certo l’ultimo arrivato.

Va pure detto che c’è sempre un perché politico in queste vicende e qualcuno di Fratelli d’Italia (vedi il Messaggero di lunedì) avanza il sospetto che, pur nella dichiarata certezza della Meloni nella maggioranza di centrodestra, si possono delineare altri scenari diversi per il futuro, giacché il timore, raccontano le lingue lunghe, è che si stia preparando quello che nel gergo calcistico si chiama un biscotto, un accordo per non farla arrivare a Palazzo Chigi e sostenere un Governo guidato da Mario Draghi anche nel 2023.

E qui, per chi conosce lo sprint meloniano, vale proprio la pena ricordare l’antica massima non dire gatto se non ce l’hai nel sacco. Tanto più se è una gatta.