L’Unione europea contro la Polonia: la vera posta in gioco

Era dal 2017 che le istituzioni europee avevano messo nel mirino le riforme in campo giuridico avviate dal governo polacco, sostenendo che rappresentano una violazione del diritto dell’Unione Europea e dei princìpi fondanti espressi nel Trattato di Maastricht. Oggi quell’iniziativa ha trovato un punto d’arrivo che è al tempo stesso punto di partenza per ulteriori azioni. La Corte europea di giustizia ha dichiarato che la riforma polacca sarebbe illegittima in quanto non garantirebbe una effettiva autonomia della magistratura dal potere legislativo e da quello esecutivo, implicherebbe la possibilità di sanzionare magistrati sgraditi ai due poteri e, in definitiva, contravverrebbe all’ordinamento giuridico dell’UE.

La risposta della Corte costituzionale polacca, presieduta da Julia Przyłębska, è arrivata a stretto giro e rovescia i termini della questione: illegittimo è il regolamento dell’UE, che consente alla Corte europea di intervenire su «sistemi, princìpi e procedure» della Corte polacca, legittimi in quanto rispettano la costituzione nazionale. La sostanza è chiara: la Corte costituzionale polacca non delegittima la Corte europea di giustizia, ma ne disconosce l’autorità ad intervenire su decisioni che sono legittime secondo la costituzione polacca.

Una risposta inappellabile dal punto di vista pratico e ineccepibile sotto il profilo teorico: una costituzione nazionale non può subire, se non su questioni molto marginali e in ogni caso sempre discutibili, imposizioni esterne. Detto più esplicitamente: se la costituzione di uno stato democratico consente una determinata riforma dell’assetto e delle procedure del sistema giuridico, non esiste alcuna istanza che possa giudicare illegittima quella riforma.

Su questo scoglio si infrange qualsiasi tentativo di condizionare un governo che rispetta la propria costituzione nazionale, perché entrano in gioco questioni di identità storica oltre che di rilevanza strategica, dai risvolti talmente profondi da suscitare giuste reazioni da parte della nazione sanzionata o inquisita. Rimane inoltre esclusa l’ipotesi che l’UE voglia o possa arrivare all’espulsione della Polonia dall’euroclub.

Acclarato ciò, perché l’UE ha deciso di inasprire la tensione con uno stato-membro di non piccolo peso economico e demografico, di grosso spessore storico e culturale, e di rilevantissima importanza militare e strategica come la Polonia? A prima vista, emergono due motivi: mettere sotto pressione uno stato che, per tradizione, è particolarmente riottoso a lasciarsi imbrigliare da imposizioni sovranazionali; e al tempo stesso tentare di emarginare o se possibile anche abbattere un governo che, all’interno della sensibilità nazionale polacca, è fortemente schierato su posizioni alternative alla coalizione popolar-socialista che guida oggi l’UE. Entrambi i motivi agiscono congiuntamente, ma ce n’è un terzo, meno visibile e perfino inconfessabile, che consiste nell’intenzione di imporre a un governo legittimo (e per estensione a uno stato sovrano) criteri di pensiero che la governance europea vorrebbe estendere a tutti gli stati membri.

Se i primi due motivi sono di carattere politico-pragmatico (indebolire uno stato o isolare un governo per assicurare maggiore forza al progetto accentratore dell’UE), il terzo è di natura ideologico-culturale: stroncare qualsiasi tentativo di sottrarsi al dominio del politicamente corretto, per affermare una visione della società frutto di una concezione ibrida che trova nel marxismo culturale e nelle sue numerose varianti il punto di convergenza e il motore dell’azione. I primi due motivi sono forti e stringenti, e tuttavia lasciano margini di trattativa; mentre quest’ultimo è inappellabile e intransigente, e quindi non ammette alternative: o si vince o si perde, e di conseguenza conduce al conflitto, a cui ovviamente la parte aggredita non può né vuole sottrarsi, perché la questione riguarda posizioni di fondo, princìpi e valori che per essa sono irrinunciabili.

Ora, in questo quadro, ci sarebbe un’unica ragione per giustificare questo tentativo di imposizione ideologica: se si trattasse di uno stato dittatoriale nel quale siano state sospese le libertà fondamentali della civiltà europea, oppure di uno stato, come quelli islamici, in cui non esistesse la tradizionale separazione della sfera laica da quella confessionale e in cui la struttura etico-sociale fosse incompatibile con quella europea tradizionale. Poiché però la Polonia è una nazione che ha i medesimi valori che ispirano, almeno a parole, l’UE, e poiché l’attuale governo guidato da Mateusz Morawiecki è pienamente allineato con quei valori, l’attacco dell’UE è infondato o, per essere precisi, pretestuoso; e il medesimo schema interpretativo è applicabile anche alla pressione a cui l’UE sta sottoponendo l’Ungheria guidata dal governo Orbán.

Come spiega in una comunicazione personale l’ambasciatore di Polonia a Berlino, prof. Andrzej Przyłębski, oggi questo trattamento illegittimo e strumentale tocca alla Polonia, ma domani potrebbe benissimo toccare all’Italia: «L’UE non è uno Stato federale, ma un’organizzazione composta da Stati sovrani che, attraverso il Trattato di Lisbona, hanno delegato alcuni poteri agli organi dell’UE. I poteri non delegati sono rimasti a disposizione degli Stati membri. La magistratura, che è inclusa fra questi poteri, appartiene dunque agli Stati. I tentativi di intaccare tale principio da parte della Corte di Giustizia Europea e della Commissione Europea costituiscono un’evidente violazione del Trattato dell’UE, che porta alla privazione dei diritti garantiti dal Trattato stesso agli Stati membri. Oggi investe Polonia e Ungheria, domani riguarderà l’Italia. Pertanto, è nell’interesse delle nazioni europee oggi sostenere la Polonia».

La Polonia ha sviluppato una coscienza identitaria forgiatasi nelle aggressioni che ha dovuto subire da parte di potenze orientali e occidentali, in occupazioni che hanno trovato la loro espressione emblematica nella tenaglia nazi-sovietica formatasi nel 1939 con il patto Molotov-Ribbentrop, che prevedeva anche, fra le righe, la spartizione del territorio polacco, sulla base di un interesse convergente che non voleva solo occupare la Polonia ma acquisirla definitivamente o almeno smembrarla indefinitamente. Bisogna immedesimarsi nella mente di quel popolo, per capire perché e con quale intensità vengano respinti attacchi o anche solo, come nel caso dell’UE, ingerenze e intromissioni, minacce e ricatti. E ciò vale non solo per il popolo polacco ma anche per molti altri (tutti i paesi dell’Europa centro-orientale) che hanno avuto la medesima tragica sorte, la doppia occupazione, la doppia dittatura, con la differenza che quella sovietica o per meglio dire comunista ha avuto una durata molto maggiore.

Un popolo dunque come quello polacco, che ha visto, cioè subìto, la dittatura nazista e quella comunista, che ha sperimentato la violenza ideologica del totalitarismo, che è stato per quasi mezzo secolo ostaggio e vittima di un sistema disumano come quello sovietico, ha sviluppato una coscienza nazionale (non nazionalistica, come insinuano invece i suoi detrattori) talmente forte che qualsiasi accenno di intrusione viene bloccato sul nascere, ma non semplicemente come riflesso condizionato dal passato storico, bensì da un lato come consapevolezza che dietro alle interferenze esterne c’è stata una precisa volontà ideologica (analoga sia per il nazionalsocialismo sia per il bolscevismo), e dall’altro lato come convinzione che l’ideologia post-bolscevica che continua ad animare, in modo più o meno consapevole, la sinistra europea in particolare e la teoria del politicamente corretto più in generale – e che controlla buona parte delle istituzioni europee –, conserva intatta la sua volontà di sopraffazione e ha addirittura incrementato la sua capacità operativa.

Se dunque la Polonia oggi vede dietro all’autoritarismo dell’UE alcuni tratti, alcune sfumature che corrispondono alla teoria e alla prassi sovietica, e se effettivamente in questo dispotismo felpato ci sono elementi riconducibili a modalità teoriche e pratiche di tipo, per dir così, para-sovietico, allora non solo non dobbiamo stupirci dell’atteggiamento polacco, ma dovremmo addirittura assumerlo in proprio come testimonianza di libertà e di identità. Quella stessa libertà nell’identità che il cardinale Stefan Wyszyński, che verrà beatificato nel prossimo mese di settembre, ha difeso per decenni contro la dittatura comunista.

Di tutto ciò l’UE non tiene alcun conto, anzi, difende le tesi dell’opposizione interna polacca, politicamente omogenea rispetto alla maggioranza parlamentare dell’UE. La stampa internazionale spaccia questa tensione per una legittima reazione delle istituzioni europee nei confronti di una supposta violazione del diritto e dei princìpi dell’UE. È chiaro invece che il conflitto tra UE e Polonia è un conflitto fra istituzioni di pari dignità anche se di differente grado, e che questa tensione è alimentata da un’intenzione di carattere ideologico suscitata a sua volta dal non-allineamento della Polonia ai dettami politicamente corretti dell’UE, che vuole confinare la diatriba sul piano tecnico-giuridico o, con un cerchio un poco più largo, sul piano della difesa dei princìpi contenuti nell’articolo 2, ma in realtà questo scontro ha una portata assai più vasta, perché riguarda anche lo scontro fra l’idea di nazione e quella di smantellamento delle nazioni; fra l’idea nazionale e quella post-nazionale, l’idea identitaria e quella post-identitaria.

A questo proposito, già vent’anni fa Papa Giovanni Paolo II lamentava il fatto che i Paesi europei «si trovano oggi in uno stadio di “post-identità”», richiamando le istituzioni, nazionali ed europee, a invertire questa tendenza. Voce altissima ma inascoltata. Infatti, i fautori dell’europeismo come centralismo politico-burocratico di Bruxelles continuano ad essere acerrimi nemici dell’identità e di qualsiasi teoria che possa valorizzarla, perché il concetto di post-identità è la chiave non solo per scardinare i princìpi e i valori delle singole identità nazionali, ma anche per preparare l’Europa alla grande trasformazione che essi hanno in mente, alla sostituzione progressiva dell’identità tradizionale europea con una non-identità multiculturale. Ma costoro non sembrano accorgersi che il superamento sovranazionale delle identità nazionali è un progetto che va direttamente sia contro le nazioni sia contro l’Europa come continente, una prospettiva che distrugge la coscienza nazionale disgregando anche quella europea, perché annullando la coscienza della nazione fa scomparire anche l’amore per la patria: non vi è patria europea senza le patrie dei singoli popoli.

Nel caso polacco, gli euroburocrati hanno concepito un’azione combinata fra l’articolo 2 e l’articolo 7 del Trattato: il primo stabilisce i princìpi, il secondo legittima le sanzioni per chi li contravviene. Il primo esprime un quadro teorico di alto profilo, il secondo rappresenta uno strumento operativo di concreto impiego. L’arma letale rappresentata dall’art. 7 è presto spiegata: vi si ricorre quando il Consiglio d’Europa, per almeno quattro quinti, abbia constatato «un evidente rischio di violazione grave da parte di uno Stato membro dei valori di cui all'articolo 2». A quel punto, «deliberando all’unanimità su proposta di un terzo degli Stati membri o della Commissione europea e previa approvazione del Parlamento europeo», l’UE «può constatare l’esistenza di una violazione grave e persistente da parte di uno Stato membro», alla quale verranno opposte adeguate misure sanzionatorie.

Questo lo schema procedurale. Ma alla sua base c’è un duplice presupposto, normativo e ideologico. L’articolo 2 recita: «L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini».

Se le massime istituzioni europee hanno ritenuto che il governo polacco abbia commesso una «violazione grave» a quanto enunciato nell’art. 2, infrangendo uno o più dei principi fondamentali sui cui si regge l’impianto ideale dell’UE, allora la Polonia sarebbe un rogue state, uno stato-canaglia. La Polonia invece ha una coscienza profondamente europea, e ad essa l’Europa deve molto, in una circostanza addirittura tutto. Cosa sarebbe infatti dell’Europa se Jan Sobieski, re di Polonia, non avesse osato, mettendo a rischio perfino l’esistenza del suo popolo, sfidare i turchi alle porte di Vienna, sconfiggendoli in quel fatidico 11 settembre del 1683? Certo, una parte del mondo musulmano ha tentato per secoli di far pagare all’Occidente quella sconfitta, fino a produrre il loro, nefando e aberrante, 11 settembre, quello di New York, e cercando tutt’oggi di ripeterlo, ma quello del 1683 è stato per l’Europa un momento esaltante che andrebbe ricordato, anche nel suo simbolismo, e non invece, come fa l’UE, catalogato fra i reperti minori della storia europea e occultato come un esempio ritenuto simbolicamente negativo non solo perché mostra le ragioni del conflitto fra identità europea e mondo islamico, ma anche perché mostrerebbe l’etnocentrismo europeo unito a quella volontà europea di dominazione che sarebbe culminata con il colonialismo.

Cosa sta difendendo dunque oggi l’UE? Non l’Europa storica e vitale, ma l’Europa legale e formale, cioè la doppia struttura, ideologica e burocratica, che si è impossessata del nome Europa ma che ha deformato la cosa Europa. Dietro alla difesa dei princìpi si nasconde la difesa di presupposti ideologici e di interessi di potere, che si mantiene oggi con la propaganda e con le minacce, con quella sorta di soft terror ideologico che si accompagna all’hard power finanziario e politico. Dietro all’attacco ormai esplicito alla Polonia (e all’Ungheria) c’è una paura e una volontà: il timore che le buone ragioni dell’autonomia costituzionale di una nazione possano diffondersi e contagiare anche paesi più docili ai diktat dell’UE; e la volontà di controllo ovvero di dominio, non solo concreto ma anche ideologico e culturale.

Infatti, l’aspetto più preoccupante, per chi abbia a cuore le sorti dell’Europa come entità spirituale, è ciò che l’articolo 2 non dice o, in altri termini, ciò che si vuole conseguire usando tale articolo come grimaldello per altri scopi, per affermare la volontà di potenza ideologica connessa con il nihilismo dell’UE. Ecco dove sta il vero vulnus ai princìpi enunciati nell’articolo 2 e soprattutto ai fondamenti originari, tradizionali, religiosi e morali, dell’Europa: nella sotterranea erosione di quei princìpi operata proprio dall’extramorale e impersonale struttura tecnico-burocratico-politica che oggi tiene le redini dell’Europa istituzionale. Un’erosione fondata su premesse ideologiche e diretta verso il nulla, verso l’annientamento dell’Europa vitale e della sua tradizione. Questo è il vero «nihilismo europeo», questo è il tradimento dei valori europei, questo è il nemico dell’Europa, non la legittima riforma della giustizia avviata dalla Polonia.