Una politica mossa, quasi ferma e giù le mani da Draghi

La politica e il suo procedere fra rincorse e fermate, fra proposte e minacce: il classico stop and go. Un déjà vu. Sullo sfondo, in una analisi a tutto campo, la ventilata (da Silvio Berlusconi) fusione fra Forza Italia e Lega viene ora relegata fra i tanti pourparler o, se si vuole, fra le consuete “voci dal sen fuggite” prive di alcun disegno salvo il classico invito all’unità. E, si vorrebbe aggiungere, alla identità, come del resto ha spiegato qualche giorno dopo lo stesso Cavaliere, giacché è bensì vero che l’elettorato di Forza Italia e Lega, se non del centrodestra nel suo complesso, “è un unico corpo” ma non meno vero è che ognuno marcia innanzitutto sotto il proprio vessillo, più piccolo di quello dell’ensemble ma non meno imperativo a proposito delle scelte importanti.

Il “quieta non movere” sembra così assurgere a regola (non di ideologia, per ora e si spera) in un quadro nel quale, oltre alla pandemia, la spinta alla stabilità è un punto prioritario, una necessità o, addirittura, un obbligo di cui Mario Draghi è il simbolo che, a sua volta, impone a chiunque abbia grilli per la testa di frenarne il minimo impulso oppositorio. E, quand’anche se ne volesse esprimere un desiderio, nasce il sospetto che si tratti di una minaccia a parole e, verrebbe da dire, avanzata con la pistola scarica.

Ne è prova illuminante la doppia intervista (vedi Corriere della Sera e Messaggero) di Giuseppe Conte con la solenne premessa che, nonostante “alcune decisioni del Governo ci abbiano disorientato… continueremo a sostenerlo con lealtà senza rinunciare alle nostre battaglie” e sottolineando che la sua non sarà comunque la gestione dell’uno solo al comando ma con nuove figure e nuovi programmi”.

Il programma, appunto. Ma è proprio su un simile impegno che l’eloquio contiano scivola e svicola, da consumato avvocato, inoltrandosi in un campo che gli stessi pentastellati avevano minato e che ora deve disarmarsi e pentirsi nella replica di un volare alto, ma sostanzialmente banale come “allargheremo il nostro raggio d’azione a tutti i ceti produttivi, dai servizi alle piccole imprese. Saremo più impegnati contro le mafie e la corruzione e concentrati a favore di ambiente e innovazione”. Come parabola discendente non c’è male, tale da suggerire antiche assonanze con gli indimenticabili “impegni a tutto campo” cari a Mariano Rumor (doroteo) ma sempre “nel rispetto della vocazione produttiva italiana” non meno cara a Amintore Fanfani (fanfaniano, ovviamente) e, va da sé, nella “ribadita fedeltà alle alleanze internazionali” (Giulio Andreotti).

In questo revival della antichissima democristianitudine travasata in un contenitore privo di storia e, ci sia consentito, di cultura politica, il maggior partito sulla scena italiana lungi dal volere e, soprattutto, dal poter provocare la crisi di una uscita dal Governo Draghi, ne agevola invece il cammino, in un quadro di stabilità e continuità, salvando così tanti parlamentari pentastellati dal pericolo di elezioni anticipate.

Un quadro politico in movimento è segnalato anche nel centrodestra nel quale la proposta di Matteo Salvini di una federazione fra Lega e Forza Italia, poi trasformata in ipotesi di cartello elettorale, è stata intesa come una volontà annessionistica, suscitando allarmi, non solo nelle due ministre di Forza Italia ma nel cosiddetto “corpus forzitaliota” solitamente silente dal quale si innalzano voci di necessarie verifiche da parte di organismi nazionali dei quali, peraltro, sono note le storiche assenze decisionali. Si potrebbe dire, parafrasando un refrain d’altri tempi, un sistema mosso, quasi fermo.