Giudici in allegria: cosa loro o cosa nostra?

La realtà, come spesso accade, supera la fantasia più sfrenata, perfino quella della fantapolitica più astrusa. La realtà italiana di oggi ci dice le seguenti cose. Il legale esterno dell’Eni, Piero Amara, plurinquisito per vari reati, ad un certo punto dichiara agli inquirenti che esiste una organizzazione segreta di nome “Ungheria” della quale fanno parte, secondo lui, diversi magistrati, avvocati e alti dirigenti dello Stato. I verbali contenenti tali inquietanti accuse vengono inviati, per competenza, alla Procura di Milano ma questa, invece di attivarsi per le necessarie verifiche, pensa bene di secretarli a tempo indeterminato senza nulla fare di concreto.

Tuttavia, un pubblico ministero di Milano, il dottor Paolo Storari, dopo aver tentato più volte di attivarsi per dar corso alle indagini ed aver trovato un ostacolo insormontabile nei vertici della Procura che, a suo dire, lo impedisce, prende quelle carte – che si presume avesse tenuto in fotocopia, in barba alla secretazione – e le consegna al dottor Piercamillo Davigo, in quel momento componente del Consiglio superiore della magistratura (Csm). Questi non solo accetta di prenderle e di conservarle, ma pensa di comunicarne sommariamente il contenuto – dice lui – “a chi di dovere”, senza alcuna precisazione. Nell’ottobre del 2020, Davigo va in pensione e poco tempo dopo alcuni di questi verbali vengono inviati, in forma anonima, ad alcuni quotidiani, accompagnati da biglietti che mettono in luce l’inerzia colpevole della Procura di Milano.

I giornali ne avvisano la Procura di Milano, mentre la Procura di Roma, investigando su tali invii anonimi, trova che la spedizione parte da tale Marcella Contrafatto, impiegata del Csm e, in precedenza, segretaria personale di Davigo: questa, interrogata, tace, avvalendosi della facoltà di non rispondere. Fin qui, i fatti oggettivi. Le domande da porsi sono molte e delicate e lo sono in modo del tutto indipendente dalla verità o dalla falsità delle accuse di Amara. La prima. Perché la Procura di Milano, invece di attivarsi, si limita a chiudere le carte in un cassetto per circa cinque mesi? La seconda. Perché la Procura di Milano non replica in alcun modo alle gravi accuse mosse da un suo componente – il dottor Storari – che le imputa di ostacolare il sorgere stesso delle indagini?

La terza. Perché Storari, invece di comportarsi da magistrato in servizio, denunciando i fatti alla Procura di Brescia o al Csm, si comporta come uno qualunque, limitandosi a portare le carte a Davigo per ottenerne la protezione, ove necessario? La quarta. Perché e a quale titolo Davigo accetta di prendere quelle carte e di conservarle, parlandone solo in modo succinto con il Procuratore generale della Cassazione, ma sempre in modo appunto ufficioso e mai ufficiale?

La quinta. Perché il Procuratore generale della Cassazione non si è attivato? La sesta. Perché Davigo, ai giornalisti che chiedevano se per caso i comportamenti suo e di Storari costituissero violazione del segreto, ha risposto – in modo del tutto infondato – che il segreto è inopponibile al Csm, visto che lui ha agito da soggetto privato e non certo perché il Csm fosse stato investito della questione? La settima. Perché i quotidiani che avevano ricevuto in modo anonimo quelle carte non hanno per nulla svolto alcuna inchiesta giornalistica, limitandosi ad avvisare la Procura di Milano?

L’ottava. Perché la Contrafatto, benché imputata di violazione del segreto e di calunnia ai danni della Procura milanese, tace, senza spiegare a che scopo avesse operato in modo anonimo quelle spedizioni ai giornali? Chi le aveva fornito quelle carte e perché? Chi deve proteggere? Chi voleva colpire e perché? Queste domande oggi sono senza risposta, ma sono tali da non poter rimanere eluse o dimenticate per il semplice motivo che queste vicende mostrano un aspetto sconcertante e molto inquietante. Mostrano come proprio coloro che, incaricati di delicatissime funzioni di carattere pubblico e perciò di interesse generale, dovrebbero custodire come bene prezioso i principi basilari dell’ordinamento giuridico, invece, assurdamente, si comportano con una spregiudicatezza che lascia sbalorditi. Costoro – ciascuno per ciò che gli compete – sembrano essersi comportati in queste vicende senza alcun riguardo per la cosa pubblica, ma mettendo in primo piano, anzi in esclusivo primo e ultimo piano, i propri interessi, giudicati i soli a dover esser presi in considerazione: l’interesse pubblico non viene in alcun modo tenuto presente.

Sembra dunque che ciò che è accaduto possa essere qualificato – perché in tal modo i vari protagonisti inducono si debba pensare attraverso i loro comportamenti – “cosa loro”, invece che cosa di interesse pubblico. A voler dar prova d’umorismo, si potrebbero vedere tutti questi giudici rivestiti della toga – uno che mette nel cassetto i verbali, uno che li fotocopia per portarli al suo presunto mentore, uno che li conserva e poi ne sussurra ad un altro nei corridoi – quali inconsapevoli attori di una sorta di surreale gioco delle parti, di commedia degli errori, che mette in scena questi “giudici in allegria” e dalla quale appunto emerge come la cosa pubblica – cioè “cosa nostra – sia invece trattata come “cosa loro”.

Costoro appaiono cioè “allegri”, come dire del tutto spensierati circa la legge, la giustizia, gli obblighi derivanti dal ruolo che si occupa. E soltanto preoccupati della “loro” situazione personale, del “loro” scopo individuale. Insomma, della “cosa loro” (privata) nella quale la “cosa nostra” (pubblica) si è trasformata. Una vera pena!