Nella crisi si aggira il fantasma della giustizia

Gira e rigira, nelle faccende della nostra politica s’aggira il fantasma della giustizia. E non da oggi. E il garantismo è buttato fuori dalla porta per paura di quel fantasma, o per convenienza. Al tavolo della crisi manca qualcosa, oltre al resto che verrà. È il libro di Alessandro Sallusti con intervista a Luca Palamara il cui titolo – “Il sistema” – dovrebbe spiccare sul tavolone voluto da Roberto Fico che, pure, necessiterebbe di una urgente, attenta lettura. Soprattutto per apprendere da un ex giudice i risultati di una gestione della giustizia da parte di una casta, quella vera, che da decenni fa e disfa i governi. E su cui è soffiato il vento entusiastico dei grillini, issando la bandiera del giustizialismo. In realtà, di questa gestione i politici di ieri e di oggi sono ben consci. E semmai il libro di Sallusti ne è la lucida conferma. Ma se pure in questa crisi la mano giudiziaria è intervenuta, mai stanca, con un avviso di garanzia a due segretari di partito, a Nicola Zingaretti e a Lorenzo Cesa per di più con la dichiarata consapevolezza, a proposito di Cesa, di un mirato intervento nella politica politicante, ne deriva una riflessione da troppi elusa sullo stato delle cose.

Questa crisi aperta da Matteo Renzi ha bloccato, per ora, una riforma – l’ennesima – della giustizia, voluta dal ministro Alfonso Bonafede dal quale siamo certi, per tabulas, può derivare la più convinta ispirazione di una controriforma reazionaria sol che si pensi al suo concetto di prescrizione, intesa come processo senza fine. Nel silenzio che da sempre accompagna le mosse, si fa per dire, di Zingaretti brilla l’indifferenza sua e di quasi tutto il suo partito che si proclama di sinistra, a proposito di questo problema. Accomunandosi con l’alleato di governo M5S in una riforma al contrario, ravvivando la fiamma del circo mediatico-giudiziario, alla cui gogna l’ex Partito Comunista italiano partecipò, favorendo il crollo della Prima Repubblica nella certezza di vedere sorgere il Sol dell’avvenire. E invece arrivò Silvio Berlusconi. È un silenzio che, più o meno volutamente, sta prendendo atto di un paradosso grazie al quale, per ironia della sorte, un Governo non è caduto per una vittoria del giustizialismo ma per un successo dei suoi (pochi) nemici che hanno (sempre per ora) impedito una maggioranza in Senato per Bonafede. E la conseguenza, non meno ironica, è che il partito con la bandiera giustizialista ha bisogno, per conservare il posto, dei voti “degli stessi politici che hanno sistematicamente provato a sputtanare negli anni” (Il Foglio), da Matteo Renzi, ovviamente, a Maurizio Lupi, a Lorenzo Cesa, a Clemente Mastella.

Aggiornato il 03 febbraio 2021 alle ore 11:44