Non per rubare spazio ai più competenti, ma, vivaddio, uno sfogo, diciamo così politico, ogni tanto ci vuole.
Prendiamo, ma solo per l’attualità, l’ottimismo del pur bravo Mario Draghi sull’economia europea “che è solida”. Sarà pur solida, questa economia, ma non mi pare che 140 milioni di cittadini a rischio di povertà ne siano proprio convinti. Certo, i tassi, i cambi, l’Euro e tutto l’ambaradan finanziario messo su dalle burocrazie di Bruxelles hanno i loro segnali, decifrano numeri e algoritmi, possiedono sensori più di noi. Ma se la Germania di Angela Merkel - per dirne una che conta anche se la Cancelliera è stata bocciata proprio nel suo collegio - ha messo in cassa un surplus commerciale di gran lunga superiore a tutti gli altri, e vabbè, ma è un surplus non regolare, che va contro le normative e che supera il tetto consentito dalle stesse. Di sanzioni, manco parlarne, figuriamoci: così fan tutti, canterebbe Mozart. Aggiungendo: è tutta colpa dell’Euro. Usciamone, e siamo a cavallo.
Le cose sono un po’ più complesse ma non inestricabili, perché sono sempre faccende politiche. Ma se la politica s’intimidisce, latita e si accontenta di normative, allora siamo nei guai, come ora. Già, guardiamoci un po’ dentro a queste mitiche normative, tenendo presente che la loro legittimità deriva dagli storici parametri di Maastricht e, in più, dal Trattato di Lisbona.
Intanto non dovremmo dimenticare una delle ultime osservazioni di Bettino Craxi, già malato ma sempre lucido, che su Maastricht aveva espresso non un liquidatorio parere polemico, ma, più saggiamente, si era limitato a definire quella decisione non un tabù, non una pietra sacra: “Maastricht non è la Bibbia” disse in sostanza, è un trattato contenente parametri che possono valere in un contesto economico, ma che necessitano di una rivisitazione periodica e di una modificazione quando e se questo contesto dovesse cambiare. Ora, non vi è alcun dubbio che siamo in un’epoca quasi rovesciata rispetto a quella molto, troppo speranzosa dell’avvento della moneta unica nella sua salvifica accezione, che ha provocato un autentico rischio di fallimento della stessa Unione.
Non si tratta infatti della moneta unica in sé e per sé (uscirne è praticamente interdetto dall’avvento certo di una svalutazione fra il 40 e il 50 per cento), ma dai vincoli di quei parametri su debito e deficit, il famoso tre per cento di debito pubblico e il 60 per cento massimo per il Pil, la cui applicazione sta producendo disastri per l’attuazione di una politica di austerity improntata al sacrale rigore, che ci ha condotto al limite della bancarotta. Austerity che ha favorito la Merkel, si capisce, e il Nord-Europa ma ha punito selvaggiamente l’economia così diversa del nostro Paese rendendoci più poveri. Vogliamo una lotta di classe sui generis, fra Paesi ricchi e Paesi poveri? Accomodiamoci. Adeguiamoci alla leggenda del rigore inflessibile, che tanto leggenda non è, se è vero come è vero che, rebus sic stantibus, la deflazione ci farà compagnia chissà per quanto, bloccando la crescita.
Le parole di Draghi vanno sempre accolte con rispetto, ma il punto dolente e drammatico sta in ciò che Draghi non può fare e forse neppure dire, perché è un compito, anzi un dovere della politica. Quello di dire pane al pane e vino al vino, a cominciare da Matteo Renzi che ha pur accompagnato cortesemente la Merkel a visitare la Ferrari di Sergio Marchionne, ma non abbiamo sentito alcun’eco di quella saggia massima che, pure, la Cancelliera dovrebbe aspettarsi, e non solo da Renzi. Il quale è certamente alle prese col sì e col no al “suo”referendum, non foss’altro perché sa perfettamente che se perde il sì dovrà andarsene a casa. Ma per vincerlo occorrono decisioni un tantinello diverse da quelle assunte con gli ottanta euro per le Europee, grazie alle quali ha vinto, ma, qualche anno dopo, si è visto che non erano e non sono (solo) quegli ottanta euro a far riprendere i consumi. Ci vuole ben altro. Ci vuole, cioè, un’irrimandabile presa di posizione su quei parametri, su quelle normative, su quella falsa Bibbia di Maastricht che non solo ha stoppato la crescita ma ha alimentato nelle burocrazie di Bruxelles un delirio di onnipotenza che si allunga su tutto o quasi lo scibile economico, a cominciare dalle banche, alcune in crisi.
Ha ragione da vendere Cirino Pomicino quando su “Il Foglio” non soltanto ha definito il bail-in come una corda costruitaci per impiccarci, ma ha lanciato un grido di allarme, a cominciare dal salvataggio a suo tempo mancato - quando però si poteva e l’hanno fatto tanti Paesi, di banche moribonde - e ora riguardante le quattro banche in gravi difficoltà alle quali sono stati posti dai burocrati di lassù nuovi diktat, ulteriori limiti di tempo, impossibili scadenze, obblighi che produrranno prezzi irrisori per gli insaziabili appetiti di chissà quale fondo speculativo. In questo caso la Merkel non c’entra. Ma Renzi sì, se non si affretta a difendere i contenitori dei soldi dei risparmi e del lavoro dei nostri cittadini. Soldi, quelli sì, sacri.
Aggiornato il 08 ottobre 2017 alle ore 23:01
