Milano, l’aria  che tira a sinistra

E vabbè che Milan (grazie Expo!) l’è un gran Milan, e vabbè pure che “chi volta el cùu a Milan, il volta al pan”, e infine vabbè che l’apertura dei Navigli (Beppe Sala dixit) sarebbe una bella cosa, ma poi, stringi stringi, a che punto siamo della notte, a sinistra, qui a Milano?

Detto che l’Expo è stata il traino dell’accesso facile di Sala alla candidatura a sindaco, resta da capire, meglio, da decifrare ,il quadro intorno al quale questa intuizione è stata strutturata. A che punto siamo di questa costruzione politica è difficile spiegare anche dagli osservatori meno antipatizzanti. Il dipinto seguito alla prima felice pennellata è a dir poco picassiano. Certo, non siamo alla fatale “Guernica” ma di questo passo ci si andrà vicini. Non tanto o non soltanto per l’avvento sulla scena di Stefano Parisi che ha rimesso in fila le sparse truppe del centrodestra, operazione peraltro insospettata fino a qualche settimana fa.

No, il punto vero, dolente, è dentro il tipo di gauche, dal Partito Democratico in là, che si è andato componendo, forse già da prima della rinuncia di Giuliano Pisapia a ricandidarsi. Le divisioni erano visibili, al di là di quelle vistose fra renziani e antirenziani che, pure, sono la griffe che distingue i due campi nel Pd, allargatisi in Primarie che hanno marcato ulteriormente le frantumazioni. Persino nelle candidature. E persino al di fuori o al di là del Pd. Lo testimoniano le molteplici candidature affacciate: da Curzio Maltese a Felice Besostri e oggi a Gherardo Colombo in un’altalena di proposte il cui minimo comun denominatore non c’entra con la Milano riformista, e la dice lunga sulla stato delle cose in una sinistra priva di un baricentro amalgamatore. Che dovrebbe consistere nell’idea di città, di Paese, di storia futura che si ha in mente, condividendola collettivamente e convintamente puntando su un comune candidato a sindaco. Ma qui sta il busillis. L’Expo che doveva essere la miscela propulsiva di una candidatura è stata inquinata volutamente da gossip, insinuazioni, rumors, attese dal Palazzo di Giustizia con addirittura un Consiglio comunale ad hoc, con una mozione anti-Sala per i bilanci Expo in ritardo proposta dal centrodestra ma condivisa entusiasticamente da una parte di quel tipo di sinistra. Non è passata per un voto, la mozione di censura, ma il fatto spiega il clima.

La narrazione che si sta snocciolando nella sinistra ambrosiana non aspira ad un orizzonte riformista. Sala, per dire, è stato costretto ad un auto da fé, dichiarandosi non solo di sinistra da sempre, ma di non aver votato neppure per Letizia Moratti che lo volle in Comune e poi alla guida dell’Expo. Parisi, al contrario, ha rivendicato con orgoglio le sue origini socialiste, collegandosi programmaticamente con la Milano culla del riformismo. Il che fa la differenza, non soltanto fra i due candidati, ma soprattutto fra i due o tre eserciti che si fronteggiano. L’assenza nella sinistra di un baricentro significa un vuoto più che ideologico, ideale, confermato dall’aspra contesa intorno alla figura del vicesindaco cui aspirerebbero sia l’arancione Francesca Balzani che i sinistri di Sel e varie, implicitamente indicando l’obiettivo, prima tattico, di un mercanteggiato appoggio elettorale a Sala, e poi strategico, di un forte condizionamento nella gestione qualora eletto. È su simili argomenti, non precisamente programmatici che si susseguono i vertici. Sono, a dirla tutta, beghe interne e intrighi telecomandati, peraltro frequenti in politica, purché non si reclami per sé la cattedra moraleggiante intrisa, più che altro, di pulsioni prettamente giustizialiste.

In questo senso la, per ora solo avanzata, candidatura di Gherardo Colombo, non dimenticato uomo di punta del fu Pool, getta una luce particolare su un determinato comune sentire gauchista, bisognoso di una simbologia per dir così giacobina, rispettabile fin che si vuole, ma non di certo iscritta nel Dna di una città che ha regalato al mondo l’immortale Cesare Beccaria.

Aggiornato il 08 ottobre 2017 alle ore 23:01