Il caso Lombardia e il futuro del Pdl

Nel “caso Lombardia”, ovverosia nell’impasse litigioso seguito alla candidatura di Gabriele Albertini come successore di Formigoni, è fin troppo facile leggere la grave crisi che attraversa il Pdl e che non sembra placarsi neppure di fronte all’evidenza. Che è, per l’appunto, la sconfitta e la conseguente perdita del Pirellone. Si va delineando, dopo la catastrofe della Moratti, caso unico di sindaco uscente non rieletto ma anzi umiliato da un quasi sconosciuto Pisapia - che, non a caso, ha riproposto la sua formula lombarda con un non meno conosciuto Ambrosoli o della società cvile - la definitiva debacle del centrodestra nella più importante regione del paese, un sorta di pendent nordico al bruciante scacco siciliano. Peraltro, Lombardia e Sicilia sembrano come intrecciare analogie inquietanti e foriere di disastri sol che si pensi alla causa primaria della vittoria di Crocetta, vale a dire le divisioni tanto insanabili quanto insane interne al Pdl, allo stesso gruppo fondativo dell’ex Fi. Anche a Milano, con divisioni, recriminazioni e risse, si stanno apprestando, gli irresponsabili del Pdl, a perdere la Regione, simbolo ultimo non solo del berlusconismo ma di un ventennio formigoniano dove le luci sono certamente superiori alle ombre, comprese quelle mediatico-giudiziarie. Il Pdl, dopo la rinuncia del Celeste, aveva ben pochi nomi da indicare che avessero qualche chance di successo. Uno di questi è indubbiamente quello di Gabriele Albertini che ha lasciato un ottimo ricordo di sé come valido sindaco, rinverdito sia per la sconfitta morattiana sia, anche,per un certo quale scialbore della giunta attuale. Albertini, in verità, non ha chiesto il placet del Pdl. Si è autocandidato ma con la sponsorizzazione forte di Formigoni, con non velate e non ingiustificate critiche alla Lega crisaiola, e lanciando un manifesto cosiddetto civico sì da lasciare intendere che anche la sua, come quella di Ambrosoli, è un’iniziativa staccata dai partiti, e semmai aperta alla società civile, soprattutto al movimento di Montezemolo, e oltre fino a lambire il centro cattolico e lo stesso Casini, tracciando così un percorso nell’orizzonte del Ppe e, dunque, con paletti duri e alti nei confronti della Lega. La quale si è fin da subito autoproclamata maroniana, candidando il suo capo nazionale con un programma che, ovviamente, è l’esatto contrario di quello di Albertini e dello stesso Pdl,oltre che del Ppe. Che è accaduto, dopo? Che il Pdl ha dato la stura interna ai suoi mal di pancia (frazionismi), storcendo la bocca contro Albertini-Formigoni, invocando l’alleanza con la Lega, come se dalla somma di due partiti non precisamemte in ottima saluta derivassero chissà quali meraviglie, e al netto delle insuperabili contraddizioni del programma leghista: anti-Monti, anti-Quirinale, anti-Europa, anti-Euro, anti-Formigoni e anti-tutto, o quasi. Putroppo lo stesso Cavaliere ha sponsorizzato Maroni, anche se, a quanto dicono gli ultimi boatos, la figura del successore di Bossi non sembra più tanto amata ad Arcore, anche per i sospetti suscitati dalle sue uscite a favore della Finocchiaro al Quirinale e delle primarie nel Pdl, due ipotesi che notoriamente irritano Berlusconi. Il fatto è che a Milano-Lombardia si scontrano due posizioni politiche nel Pdl: l’una, impersonata oggi da Formigoni e Albertini con molti altri che però stanno in silenzio, che guarda ad un destino comune dell’area dei moderati, a un rassemblement da Alfano a Casini, per dire, e dunque alternativo alla Lega e, alla lunga, alla stessa sinistra sul piano nazionale; l’altra che vuole un ritorno alle origini, attualizzando il patto Berlusconi-Bossi. Peccato che non ci sia più Bossi, che era il vero interlocutore del Cav. E che lo stesso Berlusconi, primarie sì o primarie no, non ignori che la stagione di quel patto è dietro le spalle, e che altre albe occorre favorire. Ma presto, prima che arrivino i bagni. Di sangue.

Aggiornato il 09 aprile 2017 alle ore 01:34:41