La legge elettorale dipende dal Pd

Non è affatto un peccato ipotizzare, come ha fatto Stefania Craxi, che dietro le critiche di Romano Prodi alle modifiche della legge elettorale in senso proporzionale ci sia il suo desiderio di succedere a Giorgio Napolitano al Quirinale. E non è neppure una bestemmia quella prospettata da Anna Maria Bernini che oltre al progetto personale ci sia, sempre per Prodi, anche la nostalgia per la foto di Vasto, cioè la sua fedeltà allo schema bipolare ed allo schieramento ulivista dell’unità dell’intera sinistra che gli ha consentito di vincere le elezioni nella Seconda Repubblica nel 1996 e nel 2008.

È fin troppo legittimo che un personaggio politico in grado di poter vantare di aver sconfitto per due volte Silvio Berlusconi non con manovre parlamentari ma in sfide elettorali aperte possa nutrire l’ambizione di chiudere la sua carriera politica salendo sul Colle più alto della Repubblica italiana. Ed è altrettanto legittimo che questo stesso personaggio rimanga convinto della validità dello schema bipolare grazie al quale è riuscito a portare la sinistra al governo con il metodo delle libere consultazioni democratiche. In politica e nella storia le idee camminano sulle gambe degli uomini. E la forza grazie a cui questi uomini portano avanti le loro idee è sempre l’ambizione personale. Anche quando viene ammantata dalla virtù e dai grandi ideali.

Per cui è inutile discutere se sia vero o meno che Prodi si sia messo di traverso alla riforma elettorale di Pierluigi Bersani perché animato dalla smania di diventare Presidente della Repubblica. 

Equivarrebbe ad aprire un dibattito sull’attendibilità o meno della teoria secondo cui Bersani si sarebbe convinto al ritorno al proporzionale per poter entrare agevolmente a Palazzo Chigi con un accordo con l’Udc in cambio del via libera per il Quirinale a Pierferdinando Casini.

Il punto di reale interesse nella faccenda, invece, è capire se dietro le manovre e le pulsioni personali dei personaggi di spicco del Pd ci siano delle motivazioni politiche di fondo. Quelle che si possono anche intrecciare con le ambizioni ma che rimangono e pesano anche oltre ogni genere di  personalismo.

Compiere questa operazione non è affatto difficile. Perché nella sinistra italiana non esiste solo una frattura evidente e clamorosa, resa palese dal caso Renzi, di tipo generazionale tra la vecchia nomenclatura dei notabili e la giovane leva dei rottamatori. Esiste anche e soprattutto la linea di frattura storica, che in venti anni di Seconda Repubblica non è stata mai colmata ma si è progressivamente allargata, tra i nostalgici della Prima Repubblica, del sistema proporzionale e della centralità dei partiti e del Parlamento rispetto al corpo elettorale ed i fautori della democrazia dell’alternanza, della governabilità e della centralità del corpo elettorale rispetto ai partiti tradizionali ed ai loro gruppi dirigenti.

Personalizzare questa divisione non solo si può ma, assolutamente, si deve. Perché non è affatto un peccato rilevare che il teorico della nostalgia per il proporzionalismo sia Massimo D’Alema. E che la sua strategia, condivisa dal segretario Bersani e da gran parte del gruppo dirigente Pd, preveda il ritorno al proporzionale come strumento per realizzare una sorta di nuovo centro sinistra che in realtà è la riesumazione dell’antico compromesso storico degli anni ‘70 tra cattolici e comunisti. E non è ugualmente un peccato indicare Romano Prodi come il personaggio che impersonifica l’alternativa bipolare, maggioritaria, ulivista  e presidenzialista al disegno dalemiano e che ha al suo fianco non solo Arturo Parisi ma anche lo storico avversario di D’Alema, cioè Walter Veltroni. E, oggettivamente, anche quei rottamatori alla Matteo Renzi che, con la pretesa di sfidare Bersani alle primarie, dimostrano nei fatti di essere per un sistema bipolare e presidenzialista.

L’esistenza di una così marcata linea di frattura moltiplica gli ostacoli alla riforma della legge elettorale in senso proporzionale. E gli ostacoli al ritorno al proporzionalismo, cioè alla facoltà dei partiti di formare governi dopo le elezioni liberi da mandati vincolanti con gli elettori, rendono sempre più fumosa la prospettiva di una alleanza tra centristi post-democristiani e Pd post-comunista dopo le elezioni. Quella alleanza che dovrebbe mandare Bersani a Palazzo Chigi e Casini al Quirinale sotto la regia del grande timoniere Massimo D’Alema.

Tutto questo apre scenari impensabili. Ma spinge anche ad una considerazione quasi banale. Se il bipolarismo fosse stato istituzionalizzato nella Seconda Repubblica non staremmo a discutere in politichese. Parleremmo di programmi per uscire dalla crisi e di gente nuova capace di realizzarli.

Aggiornato il 09 aprile 2017 alle ore 01:08:59