Una costituzione per la nuova Somalia

Recenti agenzie echeggiano finalmente buone novità da Mogadiscio: i giovani somali tornano ad affollare le spiagge, liberi dai timori dei colpi vaganti, da quando le forze dell’Unione africana hanno allontanato gli Shabab. Allo stesso tempo, si registra una leggera ripresa dell’economia, generata dai modesti capitali accantonati dai somali all’estero, che stanno rientrando nella capitale. 

Anche il percorso di stabilizzazione politica, imposto per ultimo dagli accordi di Addis Abeba dello scorso 23 maggio, ha registrato progressi che non erano immaginabili nei presupposti in cui fu avviato. Attualmente, il paese è guidato dalle Istituzioni federali transitorie (presidente, governo e parlamento), attivate con la Conferenza di pace di Nairobi nel 2004 e, secondo lo scadenzario adottato ad Addis Abeba, entro il 20 agosto dovrà essere eletto il nuovo presidente della Repubblica somala da parte del nuovo parlamento federale dopo che un’Assemblea costituente, che ha aperto i lavori lo scorso 25 luglio, avrà selezionato i 225 deputati che lo andranno a comporre.  

Obiettivo dell’Assemblea costituente è anche adottare la Costituzione provvisoria, che potrà divenire definitiva a seguito di referendum popolare. In essa, come in  altre Costituzioni ad ispirazione islamica, sin dai primi articoli viene sancito chiaramente che la Shari’ah è fonte principale della legislazione e dell’intero ordinamento statale e che nessuna legge può essere contraria ai dettami dell’Islam. Parimenti è affermato che l’Islam è religione ufficiale di Stato e che i diritti fondamentali e le libertà delle persone sono a fondamento del nuovo Stato somalo. Anche la tutela della famiglia trova concrete garanzie, sebbene per ora manchi un qualunque cenno alle “pari opportunità” uomo-donna.

Il sistema giudiziario prevede una magistratura indipendente ma con la Shari’ah quale riferimento diretto e, con tale scelta, il legislatore ha voluto asserire che, oltre a possedere una religione di stato, la Somalia vuole seguire anche la tradizione giuridica islamica, pur utilizzando strumenti occidentali quali i codici e la Costituzione scritta.

In questo contesto, il Gruppo internazionale di contatto sulla Somalia, foro periodico di consultazioni e coordinamento fra gli attori internazionali maggiormente impegnati a favore del processo di pace in Somalia, riunitosi recentemente a Roma, ha espresso un cauto ottimismo in merito allo stato di attuazione del  processo di riforme. Dopo il 20 agosto la comunità internazionale dovrà pertanto individuare le azioni più incisive per gestire il periodo post-transitorio. La presenza delle Nazioni Unite potrà concretizzarsi in una nuova missione di peace keeping o in un mandato rafforzato del proprio ufficio per la Somalia (Unpos). 

Nel complesso, il quadro corrente marca un progresso considerevole rispetto alle condizioni di partenza. Non di meno la sicurezza, pur registrando discreti incrementi, rimane l’aspetto che preoccupa maggiormente la comunità internazionale, i cui sforzi sono concentrati sulla durevolezza dei risultati, senza la quale ogni altra riforma sarà effimera. I risultati conseguiti a Mogadiscio devono quindi essere estensibili ad altre regioni. L’impegno più significativo in materia continuerà ad essere assicurato dalla missione AmiSom, finanziata per un terzo dall’Unione europea, la cui efficacia militare è stata confermata dalle recenti sconfitte delle forze di Al Shabaab, ben ancora arroccate però a Chisimaio, uno dei principali porti commerciali somali.

Con tutte le incertezze possibili, il successo della road-map e le conseguenti riforme, l’azione militare e la progressiva frammentazione interna al movimento terroristico somalo, potrebbero far ben sperare nel futuro di un paese purtroppo ora annoverato tra gli “stati falliti”. 

Aggiornato il 09 aprile 2017 alle ore 01:36:14