Bce: tassi d’interesse e inflazione importata

Dalle pagine di questo quotidiano, il 18 giugno scorso, avevamo criticato aspramente la decisione del board della Banca centrale europea di alzare i tassi di riferimento di 25 punti base (0,25 per cento). Ritenevamo che la stretta creditizia della Bce fosse sbagliata in quanto l’impennata dell’inflazione era essenzialmente dovuta all’aumento dei prezzi del petrolio e del gas a causa della guerra tra gli Stati Uniti, Israele e Iran e non dovuta dall’incremento della domanda di beni e servizi. Inflazione da eccesso di domanda. Infatti, i dati provvisori diramati dall’Istat, relativi all’inflazione nel mese di giugno 2026, rispetto a maggio, segnalano una riduzione della crescita dei prezzi dal 3,2 per cento al 3, e i prezzi del “carrello della spesa” dal 1,9 per cento all’1,6. Lo stesso trend si è riscontrato sia in Germania che in Francia. È un dato certo che tra 1,2 e 1,5 per cento della crescita dell’inflazione è da ricondurre al costo dell’energia e dei trasporti per i prezzi di greggio e Gnl. Quindi, l’inflazione al netto della crescita dei prezzi delle importazioni di energia è al di sotto del target Bce (2 per cento). Per questa ragione avevamo ipotizzato un rientro dellinflazione pedissequa alla riduzione dei prezzi di petrolio e gas.

Qual è il danno economico e finanziario che hanno subito e che stanno subendo le famiglie e le imprese per la affrettata e inopportuna stretta creditizia della Bce? Il rialzo dei tassi della Banca centrale europea è stato giustificato perché l’inflazione media nell’Europa dell’euro aveva raggiunto il 3 per cento e quindi di 100 punti base superiore al target, stupido, fissato al 2 per cento. Della decisione, ne trarranno sicuramente beneficio le banche, che vedranno lievitare i loro interessi attivi per gli automatismi derivanti dai contratti di finanziamento erogati a tasso variabile. Hanno invece subito nocumento gli Stati europei che emettono titoli del debito sovrano espressi in euro. Il danno lo subiranno, nei mesi a venire, le famiglie che vedranno ridurre il loro reddito disponibile per i consumi in ragione del fatto che aumenterà la rata mensile, trimestrale o semestrale del loro mutuo contratto a tasso variabile. Ne stanno subendo le conseguenze negative le imprese che, oltre ad essere danneggiate dalla contrazione dei consumi e dall’aumento degli oneri finanziari, saranno costrette a differire gli investimenti a causa del maggior costo del denaro.

A meno consumi delle famiglie, corrisponde una riduzione della produzione, meno investimenti, minori entrate per lo Stato, maggiori costi per la gestione del servizio del debito pubblico sovrano. Il tutto, ovviamente, influirà negativamente sulla crescita del Pil e sul debito pubblico. Ma i super banchieri della Bce non si sono resi conto che l’impennata dell’inflazione in Europa, è un dato inconfutabile, era tutta “inflazione importata” dal caro costo dell’energia prodotta con fonti fossili e della conseguente crescita delle spese per i trasporti che ineludibilmente si sarebbe scaricata sul “carrello della spesa”? I media internazionali hanno criticato la scelta della Corte suprema americana che di fatto ha ampliato i poteri del presidente in merito alla possibilità che il capo della Casa Bianca possa rimuovere dall’incarico funzionari delle autorità indipendenti. È stata esclusa dalla Corte suprema la possibilità di rimozione di membri del board della Federal reserve bank.

Resto dell’idea che il potere politico (diretta espressione della volontà popolare) debba prevalere sulle cosiddette autorità indipendenti. Se un politico sbaglia, il corpo elettorale lo punisce nelle urne. Se sbaglia una autorità indipendente, che danneggia l’economia, è un incidente di percorso. Almeno la Federal reserve, prima di prendere una decisione sui tassi considera sia l’inflazione che l’andamento delleconomia e del mercato del lavoro; la Bce pur di raggiungere il target del 2 per cento d’inflazione è pronta a mandare in recessione l’economia.

Aggiornato il 02 luglio 2026 alle ore 10:22