Rallentano le prenotazioni dagli Usa, ma colpire gli affitti brevi non è la soluzione: è l’errore.
Il rallentamento delle prenotazioni dagli Stati Uniti è un segnale da non sottovalutare. Alla 76ª Assemblea nazionale di Federalberghi, tenutasi nei giorni scorsi a Roma, il suo presidente, Bernabò Bocca, ha spiegato che non si registrano cancellazioni significative per l’estate, ma che il mercato nordamericano, decisivo per la sua elevata capacità di spesa, sta frenando; ha inoltre collegato questa debolezza al clima di instabilità internazionale e ai timori sui collegamenti. Nello stesso contesto, ha pure richiamato il peso del caro energia, della burocrazia e della pressione fiscale sulle imprese del settore.
Fin qui, la diagnosi è in larga parte condivisibile. Il turismo è infatti un settore sensibilissimo alla percezione del rischio, ai costi energetici, all’efficienza dei trasporti, alla prevedibilità del quadro normativo. Basta poco perché un viaggiatore ad alta spesa cambi meta. E basta ancora meno perché un imprenditore rinvii investimenti, assunzioni, riqualificazioni, innovazione. Se il quadro geopolitico si deteriora e il costo dell’energia cresce, l’effetto sul comparto è inevitabile. Non per colpa del mercato, sia chiaro, ma perché l’economia reale reagisce ai fatti, non agli slogan.
Eppure, proprio i dati più recenti suggeriscono cautela nel trasformare un rallentamento in una crisi. Il turismo italiano continua difatti a muovere volumi imponenti: oltre il 13 per cento del prodotto interno, più di 60 miliardi di spesa straniera, una crescita che nel 2025 ha superato il 7 per cento. Il mercato americano, oggi indicato come in frenata, resta comunque uno dei pilastri del sistema: milioni di arrivi, decine di milioni di pernottamenti, una capacità di spesa che pochi altri bacini possono garantire. Non siamo di fronte a un crollo, quanto a una fisiologica oscillazione dopo una fase di espansione sostenuta, aggravata da fattori esterni che nessuna politica nazionale può controllare.
Il punto, però, è un altro: riconoscere le difficoltà non autorizza a invocare ricette sbagliate. E la proposta di aumentare la tassazione sugli affitti brevi nelle città, lasciando invece agevolazioni o addirittura azzeramenti fiscali nei borghi, è precisamente una di quelle scorciatoie che trasformano un problema congiunturale in un danno strutturale. A tal proposito, il citato il leader della categoria alberghiera ha sostenuto che il 97 per cento degli appartamenti turistici si concentra nelle grandi città e ha rilanciato l’idea di colpire fiscalmente quel segmento. Tuttavia, tassare di più chi offre ospitalità in forme diverse dall’albergo non significa rafforzare il turismo: significa ridurre l’offerta, comprimere la concorrenza e, inevitabilmente, alzare i prezzi.
Perché il vero dato, quello che raramente viene messo al centro del dibattito, è un altro: la domanda sta cambiando. Le presenze crescono sempre più fuori dall’alberghiero, con ritmi nettamente superiori rispetto alle strutture tradizionali. Non è un’anomalia da correggere, è in realtà un’evoluzione da comprendere. Le persone cercano flessibilità, autonomia, varietà. Vogliono scegliere, non essere indirizzate. Pensare di fermare questa trasformazione con la leva fiscale significa ignorare il mercato e sostituirlo con una decisione amministrativa.
Il principio giusto non è “stesso mercato, stesse regole” quando questa formula diventa il pretesto per moltiplicare vincoli e adempimenti. Il principio giusto è piuttosto l’esatto contrario: meno ostacoli, meno discrezionalità, meno intervento. Se davvero il problema è l’eccesso di regolazione sugli alberghi, la risposta non è estenderla agli altri, ma ridurla per tutti. In un sistema aperto non si difende chi è già dentro colpendo chi entra o vuole entrare; si crea un contesto in cui tutti possano competere senza protezioni.
Qui emerge una contraddizione che non può essere ignorata. Si denuncia – giustamente – che energia, burocrazia e pressione fiscale comprimono i margini delle imprese. D’altro lato si invoca poi lo stesso potere pubblico perché intervenga a riequilibrare il mercato, distinguendo tra operatori, premiando alcuni e penalizzando altri. È una richiesta che tradisce una visione: non più competere, ma regolare la competizione. Non più adattarsi al cambiamento, ma piegarlo.
Eppure i numeri dicono l’opposto. Più della metà delle presenze turistiche in Italia è ormai generata da stranieri, e la loro crescita continua a essere sostenuta. Questo significa una sola cosa: il turismo vive di apertura, di attrattività, di capacità di intercettare domanda globale. Non di protezione interna. Colpire una parte dell’offerta per difenderne un’altra non rafforza il sistema, lo indebolisce.
La verità è che il turismo italiano non ha bisogno di una guerra tra modelli ricettivi. Ha bisogno di un ambiente in cui investire sia semplice, innovare sia conveniente, operare non significhi districarsi tra norme e autorizzazioni. Il visitatore americano che oggi esita non tornerà perché una categoria sarà stata fiscalmente avvantaggiata rispetto a un’altra. Tornerà se troverà un Paese più affidabile, più accessibile, meno costoso sul piano energetico e meno opaco su quello amministrativo.
Lo stesso rischio si corre pure quando si invocano incentivi e crediti d’imposta, giacché in tal caso si sostituisce la libertà con l’eccezione. Il problema non è rendere più accessibili gli strumenti, ma ridurre la necessità di ricorrervi. Un sistema sano è quello che non ha bisogno di benefici selettivi, non l’altro che li distribuisce benefici selettivi.
In definitiva, dovrebbe essere ormai chiaro che il turismo prospera dove c’è libertà di iniziativa, certezza del diritto, tassazione non predatoria, infrastrutture efficienti e pluralità dell’offerta. Alberghi, residence, case vacanza, affitti brevi: non sono categorie da mettere in competizione politica, ma espressioni diverse di un’unica dinamica. Chi tenta di gerarchizzarle attraverso il fisco dimostra di avere più fiducia nella regolazione che nella realtà.
E invece è proprio la realtà a fornire la risposta più semplice e più scomoda: il mercato si adatta, evolve, seleziona. Se le prenotazioni dagli Usa rallentano, la risposta non è irrigidire il sistema, è renderlo più flessibile. Non è colpire chi funziona meglio, è rimuovere gli ostacoli che frenano tutti. Tutto il resto è un riflesso antico: l’idea che si possa correggere dall’alto ciò che nasce dal basso. Ed è proprio da questa idea che nascono, puntualmente, gli errori peggiori.
Aggiornato il 24 aprile 2026 alle ore 10:21
