Sguardi liberi e riflessioni su idee, potere, società

a cura di Sandro Scoppa

17/2025 – Il romanzo marxista. Quando L’illusione diventa dogma

Karl Popper ha ricordato che le idee possono avere un’influenza più profonda delle stesse forze economiche. Ebbene, nonostante i disastri del socialismo reale, i seguaci di Marx continuano a coltivare l’illusione di un ordine perfetto, convinti che la rivoluzione possa dar vita a una società senza conflitti né sfruttamento.

Il punto debole è evidente: non sanno spiegare come funzionerebbe davvero l’economia comunista. Non la descrivono né la dimostrano scientificamente. L’utopia nasce così in laboratorio, frutto di speculazioni, e non dall’evoluzione spontanea dei rapporti sociali.

Il mercato, al contrario, non è invenzione di un pensatore, è invece il risultato di secoli di scambi e adattamenti. Il liberalismo non ha un dogma unico, è un albero dai molti rami, capace di leggere la realtà e migliorarla passo dopo passo. Il socialismo, al contrario, presume di conoscere a priori la strada della redenzione, ignorando conseguenze impreviste e contraddizioni.

Convinti della verità delle proprie profezie, i marxisti vedono nei liberali i complici dell’ingiustizia. Immaginano che, una volta abbattuta la borghesia, scompariranno egoismi e rivalità, come se la natura umana potesse mutare per decreto politico. È un “romanzo sociale” che continua a sedurre perché divide il mondo in bene e male: tutto ciò che non rientra nel progetto socialista viene bollato come borghese.

Emblematico è il rifiuto della divisione del lavoro. Per Marx ed Engels essa alièna l’uomo, costringendolo a mansioni ripetitive. Arrivano a immaginare che nella società comunista ciascuno possa cacciare al mattino, pescare al pomeriggio e fare critica dopo pranzo, senza diventare né cacciatore né pastore. Una visione che somiglia più a società primitive che a un modello di progresso.

Adam Smith aveva mostrato il contrario: la specializzazione accresce la produttività, diffonde innovazione e rende le merci più accessibili. La divisione del lavoro è stata un moltiplicatore di ricchezza, non una catena.

Eppure, nel Manifesto Comunista, gli autori del testo riconoscono il ruolo rivoluzionario della borghesia solo per decretarne subito la condanna. Per loro lo sfruttamento è la sua sentenza di morte. Marx assume così i tratti di un profeta laico: annuncia un paradiso terreno che dovrà essere costruito dal proletariato, senza attendere un cambiamento della mentalità individuale!

Se la realtà smentisce la teoria, la colpa è sempre di deviazioni dal cammino prestabilito. L’utopia resta intatta, impermeabile ai fatti. È lo schema che ancora oggi viene ripetuto: se il sistema crolla, non è l’idea a essere sbagliata, lo è la sua applicazione.

Il rischio di siffatte illusioni è evidente. Non basta interpretare il mondo per cambiarlo: occorre comprenderlo nelle sue complessità. Altrimenti, i progetti nati come promesse di salvezza finiscono per trasformarsi in trappole costruite con le stesse mani che avrebbero dovuto liberare.

Aggiornato il 12 dicembre 2025 alle ore 13:09