Le banche affondano in un mare di carte

La drammatica situazione delle nostre banche, che a livello di capitalizzazione in Borsa hanno perso quasi il doppio rispetto alla media degli altri partner europei, costituisce l’esempio più eclatante di un sistema Paese che affonda in un mare di chiacchiere. Su questo spinoso tema assistiamo da mesi ad un confuso dibattito nazionale in cui, ad un Governo Renzi letteralmente paralizzato sul da farsi (dopo la Brexit siamo stati sconvolti da una surreale mitragliata di annunci e di repentini dietrofront del Premier sul come salvare il salvabile) risponde un’opposizione, in gran parte dominata dal populismo anti-finanziario dei grillini e dei leghisti, che invoca ricette catastrofiche, tra cui l’uscita dall’Euro e/o la nazionalizzazione delle banche in difficoltà. Solo che questa volta, preso atto dell’estrema gravità della situazione - con un ammontare delle sofferenze bancarie che oramai sfiora i 400 miliardi di euro - l’italica propensione ai trucchi contabili ed al procrastinare nel tempo la soluzione dei problemi sistemici non servirà a nulla. A meno di assai improbabili miracoli, il rischio che l’intero settore del credito collassi, trascinando in un baratro l’intera economia, è più vicino di quanto le tragicomiche rassicurazioni di Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan vorrebbero darci ad intendere.

D’altro canto un Esecutivo che, mentre dichiara ai quattro venti che le nostre banche sono solide, approfitta della citata Brexit per tentare di convincere l’Europa a derogare sugli aiuti di Stato alle medesime banche, non è un Esecutivo serio. Tutto ciò si lega a quella sempre più catastrofica linea dell’autoinganno collettivo che Renzi ha ostinatamente deciso di perseguire dal suo ingresso nella stanza dei bottoni. Dunque, dato che con il suo ministero tutto si sarebbe dovuto tramutare in oro, l’idea di mostrare ad un Paese stremato dalle tasse e dai debiti un quadro altrettanto realistico sulle nostre banche non rientrava nell’illusoria narrazione del Premier. Eppure, dopo molti anni di crisi, con una morìa continua di aziende e con il crollo dei tassi d’interesse, fonte primaria per la remunerazione di istituti di credito sani, era inevitabile che si accumulasse nella pancia delle banche italiane una quota crescente di cosiddetti non performing loans, più comunemente crediti deteriorati. Tutto questo, unito all’abnorme quantità di titoli del Tesoro posseduti, ha portato gli investitori interni ed esteri a fuggire repentinamente dalle azioni e dalle obbligazioni delle banche italiane.

In pratica sta accadendo che i mercati non si fidano delle valutazioni che le stesse banche fanno delle citate sofferenze e delle eventuali coperture messe a bilancio. E, da questo punto di vista, chi continua a parlare di complotto speculativo ai danni dell’Italia e del suo sistema bancario commette un errore altrettanto grave rispetto all’irresponsabile nonchalance del Governo Renzi. Se, a titolo di esempio molto significativo, Unicredit, l’unica banca sistemica italiana, valeva nel 2007, al suo massimo storico, circa 43 euro, mentre oggi quota ben sotto i 2 euro, non possiamo continuare a menarcela contro l’intero mondo della finanza che proprio non ci capisce. Qualunque investitore, soprattutto in momenti di crisi internazionale, di fronte ad un Paese delle cicale che non cresce e che continua a produrre tonnellate di debiti statali e di crediti deteriorati nel settore bancario, non può che darsela a gambe levate.

Aggiornato il 08 ottobre 2017 alle ore 19:28