Un artista libertario, anticonformista, controcorrente
Con la scomparsa di Francesco Guccini se ne va l’ultimo vero intellettuale corsaro. Il custode severo e ironico della nostra coscienza civile, il “Maestrone” di Pavana, ha insegnato a generazioni intere a leggere tra le righe della storia e delle nostre stesse esistenze. A rifletterci, con la commozione e lo smarrimento di queste ore, la grandezza di Guccini risalta in tutta la sua abbagliante e disarmante lucidità: apparteneva a un’avanguardia intellettuale impressionante. Basti pensare a un capolavoro assoluto come Dio è morto, un testo scritto nel 1965. Un’era geologica fa: un tempo segnato da fratture profonde, illusioni e dogmi ancora intatti. Eppure, con una capacità di analisi che sfiorava la chiaroveggenza, un ragazzo di Modena non ancora ventiseienne aveva già compreso la crisi epocale che stava investendo la modernità. In quei versi c’era già tutto: il nichilismo del consumismo rampante, l’ipocrisia borghese, la solitudine dell’uomo contemporaneo sacrificato sull’altare del profitto e della tecnica. E, allo stesso tempo, con una visione profondamente laica, Guccini sapeva scorgere il germe della speranza e della rinascita. Scrivere una simile pietra miliare nel 1965 significava guardare al futuro con decenni di anticipo, possedendo una bussola morale che pochissimi altri nella storia culturale del nostro Paese hanno saputo esibire.
A definirne la statura intellettuale è stata soprattutto la sua natura profondamente libertaria. Guccini si è sempre professato lontano da ogni forma di dogmatismo e di stalinismo, rifiutando con nettezza l’etichetta di artista organico al Partito comunista italiano. Contrariamente a chi, per superficialità o per comode etichette ideologiche, lo ha spesso frettolosamente accostato a quell’area, non ha mai votato il Pci, dichiarando invece apertamente di aver sempre scelto il Partito socialista italiano (Psi), coerentemente con una visione laica, riformista e radicalmente allergica a qualsiasi gabbia ortodossa o illiberale. Questa cifra di assoluta indipendenza intellettuale attraversa tutta la sua opera. Guccini era avanti perché non ha mai ceduto alla tentazione della facile retorica né del conformismo militante. Lo ha dimostrato ne L’avvelenata, smontando con cinismo feroce e autoironia tagliente il mondo dei critici e dei tromboni della cultura; oppure ne La locomotiva, cantando la giustizia sociale senza mai scadere nello slogan vuoto, ma trasformando l’epopea anarchica in un monumento letterario alla libertà. Perdiamo un gigante assoluto. Perdiamo la voce che ha raccontato Piccola città e Radici. Ma soprattutto perdiamo un maestro del pensiero critico e della libertà, merce rarissima in un presente che urla troppo e pensa troppo poco. Mancheranno la sua saggezza ruvida, l’ironia sorniona delle sue osterie e la sua penna affilata come una lama. Resta la certezza che i suoi versi non invecchieranno mai, perché appartengono alla stoffa di cui sono fatte le cose immortali.
Ciao, Francesco. La terra ti sia lieve.
Aggiornato il 07 agosto 2026 alle ore 17:10
