Un’osservazione a Mauro Di Ruvo sul significato politico della motosega
Non molti giorni fa mi è capitato di imbattermi in rete nella nuova opera dell’artista Antonio Telesca esposta nella mostra curata da Mauro Di Ruvo, mio caro amico e stimatissimo critico d’arte. Considerando il titolo della mostra, appunto Invidia, ho ritenuto interessante declinare come un’emozione, e la sua rappresentazione artistica, possano darci spiegazioni valide per l’attualità politica.
Quando si pensa ad un possibile significato politico dell’oggetto-motosega, dipinto come simbolo metafisico di sensazioni e tensioni dalla grande propulsione emozionale e dal forte significato socio-politico nel regno della contemporaneità, non si può non far riferimento alla vittoria elettorale di Javier Milei in Argentina.
Il simbolo, appunto, rimasto certamente più celebre della sua campagna fu proprio la motosega, esibita con atteggiamento energico e decisamente furioso nei vari momenti elettorali al fine di rappresentare l’abbattimento o, per meglio dire, la disarticolazione brutalmente spontanea e rabbiosa della casta e degli sprechi della politica.
Ora, nel campo dell’analisi politologica è fondamentale imporsi il principio dell’avalutatività; inquantoché l’opinione politica personale non deve inquinare la lettura scientifica del fatto misurabile e le implicazioni o gli effetti da esso riscontrabili nelle varie dimensioni di connessione. Fatta questa premessa, ciò che la vicenda argentina, ed il relativo uso simbolico, ci insegnano è che, in un tempo caratterizzato dalla politica dell’inseguimento maniacale delle preferenze popolane, quasi più nessuno usa e capisce l’importanza di ottenere un simbolo riunente potenziali emozionali, sociali e politici che sia funzionale sia in maniera istantanea sia come aggregatore di lungo periodo attorno ad una particolare causa.
Milei, astutamente, pur essendo un tecnico dell’economia che poi, come si è visto, si è sostanzialmente comportato quasi “da tecnico economico” una volta al governo, ha però messo da parte la competenza e la sapienza, intese come armi elettorali, per lasciar spazio alla comunicazione viscerale e populista. Egli ha compreso che, come prima si accennava, in un’epoca presentista ed immediatista nonché schiava delle tendenze un simbolo, per quanto intriso di violenza o di brutalità, può ancora suscitare clamore, e dunque divenire un aggregatore di euforia sociale ancor prima d’essere politico.
Pertanto, il semplice oggetto-motosega può sprigionare la rabbia repressa di una moltitudine oppure, per riprendere un possibile significato interpretativo del titolo dell’opera, scatenare l’invidia legata a differenze rilevanti sul piano socio-politico ed innescare così un motore reagente a partire dalla dimensione emozionale del singolo che si fa, appunto, moltitudine rabbiosa ancorché invidiosa. Ma, nel regno della politica e del vivere sociale, l’invida nasconde sovente un desiderio di ascesa sul piano delle proprie condizioni di vita. L’invidia come atto politico e sociale si può tradurre pertanto come un’osservazione attiva dell’altro in ottica contrastiva e competitiva, un’osservazione che causa moti ed aspirazioni appropinquati ed agganciati dalla comunicazione politica. Dinamica, quest’ultima, che un’arte come quella manifestata nell’opera di Telesca riesce sicuramente a catturare e manifestare in una nudità scevra da condizionamenti ideologici o comunicativi. Rimane solo il simbolo e l’espressione in potenza di un’emozione politica.
Ci si potrebbe chiedere, a livello astratto, se sia dunque la rabbia l’elemento caratterizzante del nostro tempo, ma tale interrogativo non traspone la dialettica che il pensiero timotico, quello cioè tradizionalmente attribuito dalla filosofia all’area emozionale, intrattiene con la parte raziocinante dell’animo individuale. Allora, chiederebbe qualcuno, è il thymos ad aver preso il sopravvento nel nostro tempo? Forse, ma la spiegazione non sarebbe completa; poiché una teorizzazione ed un’analisi legata alle scienze sociali deve potersi dire normativa e replicabile al fine di consolidare estensivamente la propria capacità di offrire spiegazioni alle varie fenomenologie al centro dell’attenzione scientifica ma anche comune. Su tale falsariga ricordare lo Zeitgeist, ovvero lo Spirito del Tempo, ed il Weltgeist, spirito universale che appare tramite i cambiamenti dei popoli, tipici del pensiero hegeliano; e potremmo affermare che le grandi variazioni che hanno interessato non solo gli ultimi lustri ma soprattutto gli ultimi decenni hanno trasformato l’energia della già presente rabbia sociale in qualcosa di più velato eppure più potente. In altre parole, dove tende il nostro tempo, se non verso una pantagruelica immediatizzazione quasi psicotica nel suo bisogno costante di rapidità?
Ci siamo insomma riscoperti rabbiosi, invidiosi e perciò molto più suscettibili di restare vittime di una polarizzazione di schieramento imposta e dalla quale non riusciamo a fuggire; giacché essa permea tutto ciò che ci circonda soprattutto negli ambienti di influenza e canalizzazione mediatica quotidiana. Ma, oltre a questo, la nostra invidia, che poi è la nostra ansia sociale da intendere non tanto come desiderio di accrescere le proprie “prestazioni” ed il proprio “valore” quanto piuttosto come perdizione del proprio senso di essere, della propria curiosità e, dunque, della propria voglia di stare nel mondo e nel sistema che lo regola come elementi attivi e civicamente consapevoli, ad imperare sulla nostra condizione quotidiana. Se, per citare nuovamente Hegel, lo Spirito non pensa più sé stesso; la dimensione cognitiva perde dinamismo e rimane soggetta alle pressioni esterne. Ed è qui che l’opera di Telesca ci rivela tutti gli effetti della potenza dell’immediato: un solo istante, un solo simbolo, bastevoli ad innescare incendi di rabbia scaturiti da una lenta ma inesorabile gestazione di ignoranza sociale.
(*) Politologo
Aggiornato il 29 luglio 2026 alle ore 12:55
