L’altro Islam: il laboratorio tagiko
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Seconda parte

A Dušanbe le donne possono passeggiare indossando lunghi abiti tagiki dai colori accesi, ricamati, eleganti, con il volto scoperto. Nelle feste tradizionali danzano. Lo Stato incoraggia quell’immagine della donna e della nazione. Non è un particolare folkloristico: è politica.

Il Tagikistan è un paese a grandissima maggioranza musulmana, prevalentemente sunnita hanafita, con una significativa presenza sciita ismailita nelle regioni del Pamir. È anche un Paese che ha conosciuto una devastante guerra civile fra il 1992 e il 1997, nella quale la componente islamista ebbe un ruolo importante, insieme naturalmente a fratture regionali, politiche, economiche e di potere che renderebbero semplicistico definirla una guerra esclusivamente religiosa. Da quell’esperienza lo Stato tagiko ha tratto una conclusione che non si presta a molti equivoci: la religione può esistere, ma non deve diventare una forza politica capace di contendere allo Stato il controllo della società.

Negli ultimi anni il principio è stato applicato con crescente durezza. Nel giugno 2024 il presidente Emomali Rahmon ha firmato modifiche alla legislazione sulle tradizioni e le cerimonie che, fra le altre cose, vietano vendita, importazione, promozione e uso di abiti considerati “estranei alla cultura nazionale”; una disposizione interpretata come diretta soprattutto contro determinate forme di abbigliamento islamico. Le restrizioni si aggiungono a una lunga serie di interventi statali su educazione religiosa, cerimonie, pellegrinaggi e manifestazioni della religione. L’idea politica sottostante è chiarissima: essere musulmani non deve significare cessare di essere tagiki. È una risposta interessante al fenomeno che in Europa osserviamo spesso in direzione inversa, quando costumi provenienti dall’Arabia o da altre aree del mondo musulmano vengono presentati come se costituissero necessariamente “l’Islam”, cancellando tradizioni locali assai più antiche.

Il Tagikistan dice invece: la nostra cultura viene prima dell’omologazione islamista. Da questo punto di vista il caso merita di essere studiato senza i riflessi condizionati con cui in Europa affrontiamo normalmente la questione. Perché i tagiki non ragionano sull’islamismo in un convegno universitario: ne hanno conosciuto direttamente la capacità di organizzazione e di mobilitazione e vivono in una regione nella quale il jihadismo contemporaneo continua a costituire una minaccia concreta.

Hanno quindi compreso una cosa che l’Europa non ha ancora compreso: l’estremismo religioso non nasce necessariamente nel momento in cui compare il terrorista. Prima del terrorista possono esserci una cultura, un ambiente, una pressione comunitaria, una delegittimazione progressiva delle istituzioni civili, la convinzione che la legge religiosa possieda una dignità superiore a quella dello Stato.

Quando arriva la violenza è possibile che il processo sia già molto avanzato. Da qui la scelta tagika di intervenire molto prima. Ma proprio a questo punto cominciano i problemi, perché lo Stato che decide di impedire all’islamismo di conquistare la società può facilmente finire per decidere quale religione sia consentito praticare. E il Tagikistan ha attraversato abbondantemente questa frontiera: le organizzazioni internazionali denunciano da anni pesanti restrizioni alla libertà religiosa. E c’è un paradosso particolarmente significativo per il nostro discorso: fra coloro che hanno subito la repressione ci sono proprio gli ismailiti del Pamir, vale a dire gli appartenenti a quella corrente dell’Islam dalla quale siamo partiti, perché rappresenta una delle più antiche e sofisticate tradizioni non letteraliste.

Amnesty International ha denunciato nel 2024 discriminazioni sistematiche contro le popolazioni pamire del Gorno-Badakhshan, in maggioranza ismailite, compresa la soppressione di istituzioni culturali e religiose e la repressione dell’identità locale. Il paradosso è quasi perfetto. Lo Stato combatte il fondamentalismo e finisce per colpire anche coloro che potrebbero rappresentare un’alternativa al fondamentalismo. È il limite del modello autoritario. Una volta attribuito al potere politico il diritto di stabilire quali manifestazioni religiose siano accettabili, non esiste alcuna garanzia che esso si fermi davanti al confine ragionevole che separa la difesa della società dalla repressione della coscienza.

Il Tagikistan è dunque interessante non tanto come modello da copiare quanto come esperimento da interrogare. Ha posto brutalmente una domanda che anche le democrazie europee dovranno affrontare: fino a che punto una società deve aspettare che una concezione religiosa diventi politicamente aggressiva prima di reagire? Aspettare il reato è certamente necessario sul piano penale. Ma una società non vive soltanto di diritto penale. Può esistere un lungo periodo nel quale nessuno commette ancora un attentato, ma aumenta la pressione sulle donne perché si vestano in un determinato modo; sui giovani perché non abbandonino la religione; sugli insegnanti perché evitino determinati argomenti; sugli artisti perché non rappresentino certe figure; sui giornalisti perché non pubblichino certe immagini.

Formalmente nessuno ha ancora abbattuto la democrazia. Sostanzialmente, però, lo spazio della libertà può avere già cominciato a restringersi. La soluzione tagika consiste nel far entrare lo Stato dentro quello spazio e occuparlo prima dell’islamismo.

Una democrazia liberale non può farlo nello stesso modo. Non può stabilire quale velo sia teologicamente corretto, quale interpretazione del Corano sia autentica, quante volte si debba pregare o quale Islam sia abbastanza nazionale da meritare protezione. Può però fare un’altra cosa: tracciare con estrema nettezza il confine fra coscienza e coercizione. Puoi credere che una donna debba coprirsi; ma non puoi costringerla a farlo; puoi credere che abbandonare l’Islam sia peccato, ma non puoi intimidire chi lo abbandona; puoi ritenere blasfema una caricatura; ma non puoi acquistare il diritto di impedirne la pubblicazione attraverso la minaccia; puoi credere che la sharīʿa esprima la legge divina, ma non puoi pretendere che essa prevalga sulla legge civile.

Questa sarebbe una risposta profondamente diversa da quella tagika: non stabilire quale Islam sia vero, ma stabilire quale comportamento sia compatibile con la libertà degli altri. Sembra facile, e forse lo è davvero finché i numeri sono piccoli, le comunità disperse e le controversie occasionali. Diventa molto più difficile quando una minoranza religiosa raggiunge dimensioni tali da possedere scuole, associazioni, luoghi di culto, reti sociali, quartieri, rappresentanti, organizzazioni e capacità di mobilitazione; e quando al suo interno gruppi relativamente piccoli ma organizzati riescono a presentarsi come portavoce della comunità intera.

A quel punto nasce una seconda domanda: che cosa succede quando lo Stato interviene contro una pretesa islamista e l’islamista riesce a trasformare quel conflitto in un’altra cosa? Non più: “lo Stato contro di noi”, ma: “lo Stato contro l’Islam”. È il passaggio decisivo, e non dobbiamo andare in Asia centrale per osservarlo, perché sta già succedendo anche in Europa.

(*) Leggi qui la prima parte

Aggiornato il 10 settembre 2026 alle ore 10:44