Ultimi giorni per l’invio delle opere per la terza edizione 2026 del Premio Sergio Leone-Città di Roma. Scadenza 31 luglio stabilita dal Bando indirizzato a sceneggiatori; a scrittori di narrativa, saggistica, varia e altri generi letterari; a registi italiani vicini per sensibilità all'opera del Maestro; ad artisti di tutte le arti che abbiano dedicato una loro espressione significativa all'opera di Leone; a poeti vicini per visione e sensibilità alle tematiche trattate.

Il Premio Sergio Leone 2026, organizzato da Ipermedia-Cde e dalla Commissione interna presieduta dal presidente onorario del Premio e presidente della Commissione Ernesto Gastaldi, sceneggiatore, regista e scrittore e autore del trattamento di C’era una volta in America, si terrà il 16 dicembre, dopo le semifinali con cinque autori per sezione entro il 15 novembre affidate al direttore artistico Fabrizio De Priamo. “L’iniziativa, patrocinata dall’Università La Sapienza, il Comune di Roma e la Regione Lazio, non è solo una passerella di vincitori – ha spiegato il presidente di Ipermedia Carlo Pepe – ma l’occasione per un seminario permanente su Leone con il contributo di quanti hanno lavorato col regista e sensibilità vicine tra produttori, attori, scrittori, sceneggiatori, registi, studiosi, giornalisti, appassionati e conoscitori. In questa ottica annunciamo anche la creazione del Centro studi Sergio Leone dedicato a studiosi di varie discipline, dalle neuroscienze all’estetica dell’immagine”.
Seguendo questa filosofia, per volontà della senatrice di Fratelli d’Italia Susanna Donatella Campione nella sala dell’Istituto di Santa Maria in Aquiro del Senato della Repubblica si è tenuta la giornata di studi “Sergio Leone narratore. Narrazione, tempo e mito”, una collaborazione tra i promotori del Premio, l’Università La Sapienza di Roma e Confassociazioni. “I temi dell’intelligenza artificiale ci stanno travolgendo, la necessità di recuperare l’umano si può compiere attraverso il cinema”, ha osservato il moderatore storico cinematografico Giuseppe Costigliola, introducendo la Campione, che è una cultrice personale del regista nato nelle vie romane di Monteverde vecchio: “Figlio d’arte – racconta lei – e che padre e madre fossero artisti del muto si percepisce dallo stile inconfondibile del fondatore del western all’italiana dai dialoghi scarni ai quali fa da contrappeso l’esaltazione dei particolari, nonché il valore della musica, la quale con il sodalizio con Ennio Morricone raggiunge apici stilistici inconfondibili. I film di Leone più li guardi e più li scopri”.

Perché Sergio Leone tempo e mito? La frase scelta per introdurre il sito del maestro spiega in sintesi la chiave di lettura: “Ettore, Achille, Agamennone, non sono altro che gli sceriffi, i pistoleri, i fuorilegge dell’antichità. Il cinema è mito”. Il seminario ha sviluppato questo unicum del cineasta, la sua trasposizione degli eroi classici nei mondi moderni e nelle epopee del western.
La senatrice Campione, che fa parte di varie commissioni tra cui giustizia, cultura, istruzione e in particolare la commissione sul femminicidio, non dimentica quella copertina di Newsweek degli anni Sessanta in cui il regista campeggiava con gli spaghetti al posto della folta barba: “Era nato lo spaghetti-western, ma la critica Usa lo stroncò facendo sollevare accuse di razzismo. Il fatto era che il genere languiva, Leone lo reinventò introducendo il mito, per cui gli eroi cowboy dei deserti dell’Arizona erano come gli eroi dell’epica. Ma la critica americana fu severissima, anche se i film andavano forte”. È il tempo della “Trilogia del dollaro” con i primi tre western con protagonista Clint Eastwood e le colonne sonore di Morricone: Per un pugno di dollari (1964), Per qualche dollaro in più (1965), Il buono, il brutto, il cattivo (1966). Come conferma Damiano Garofalo, docente alla Sapienza di Storia del cinema e del gruppo di studio Premio Leone: “Mentre in Italia si passava dal peplum storico in costume al western, Leone debuttava oltreoceano con lo pseudonimo di Bob Robertson. Alla prima uscita il film incassò 4,5 milioni di dollari e dopo due anni le pellicole portarono 15 milioni di dollari Usa, ma il New York Times accusò l’autore di stile crudele e malvagio.
Di fatto non riuscivano ad accettare come dal mito del quattro volte Oscar John Ford si fosse giunti a quell’italiano rotondo e barbuto come Mangiafuoco. Che però sbancava e che ancora di più fece quando approcciò la storia d’America portando Robert De Niro, James Woods ed Elizabeth McGovern attraverso quarant’anni di malavita, proibizionismo e post proibizionismo. L’opera che, presentata al 37° Festival di Cannes, segnò la Trilogia del Tempo con C’era una volta il West (1968), Giù la testa (1971) e C’era una volta in America (1984). Ma fu quasi un flop. “Ci sono voluti anni, e una versione tagliata e rimontata, affinché registi come Quentin Tarantino e Steven Spielberg la considerassero un pilastro cinematografico”. Un sorprendente caposaldo che fece scrivere alla critica Pauline Kael sul The New Yorker nell’85: “Il film può sembrare kitsch – e in certo senso lo è. Ma è un kitsch estetizzato da qualcuno che sembra amarlo e lo vede come poesia di massa. Leone sostiene gli stati d’animo per tre ore e quarantasette minuti quasi incredibili. Il film ha un battito, è vivo. Ma non ora. E’ vivo nel passato dorato dell’immaginazione”.
Luca Verdone, figlio del critico Mario e fratello dell’attore-regista Carlo e regista a sua volta, cita le due doti salienti a suo parere del cineasta: “La grande passione e l’adattabilità. Sergio è stato il mio mentore. Il primo incontro avvenne nel 1975 al Festival di Taormina: lui era in giuria e io mi occupavo della segreteria e poiché gli altri giurati disertavano le proiezioni mi faceva sedere accanto a sé e vedemmo tutti i film. Si stabilì un legame così che fui tra i primissimi, e i pochi, a essere invitato alla prima proiezione privata di C’era una volta in America. Iniziò alle 20,30 e finì alle 3 di notte. Piero De Bernbardi e Leo Benvenuti, autori con Sergio e altri del capolavoro, parlarono subito di rivoluzione del linguaggio coi grandi primi piani e la tecnica del mixaggio frutto di un montaggio sapientissimo, che nei film di Leone diventa parte integrante”.

Dove finisce il Leone autore e regista ed inizia il montaggio delle monumentali opere? La fortuna di avere ancora testimoni viventi consente di ascoltare dalla viva voce dello storico montatore de Il buono, il brutto, il cattivo, e di oltre 150 pellicole, Eugenio Alabiso, ricordi quasi inediti: “Il montaggio è il ritmo del film. Sergio arrivò in sala e iniziò ad aggiungere scene. Io cercavo di dissuaderlo, la pellicola era già di due ore e trenta, ma lui insisteva. Poi andò a casa, ci pensò la notte e la mattina mi disse Eugè, rimetti tutto come stava. Lo avevo convinto e fu così che quel brano straordinario che è L’estasi dell’oro composto da Ennio Morricone spiccò per il suo arrangiamento ibrido, che univa un’orchestra sinfonica a strumenti elettrici, sintetizzatori e vocalizzi. Si esaltavano il corno inglese della melodia principale, la campana che rintoccava, le chitarre elettriche, i sintetizzatori e la batteria uniti agli elementi dell’orchestra per un brano iconico. Non è un caso che è diventato uno dei più eseguiti: i Metallica dal 1983 lo utilizzano ad apertura dei loro concerti; è stata la musica suonata prima della finale dei Campionati mondiali di calcio 2018; colonna sonora dei David di Donatello e tanto altro”.
L’altro elemento distintivo nei film di Leone sono i flashback, le analessi come si dice in gergo, che interrompono l’ordine cronologico per raccontare un evento passato. Anche questa tecnica deriva dai poemi omerici, come ha ricostruito nella sua relazione lo scrittore Giuseppe Manfridi: “Ogni flashback è un atto identitario spiegava Leone, affabulatore abilissimo nel narrare le sue sceneggiature”. Poi è stata la volta delle influenze, analizzate dal giornalista e critico letterario Lorenzo Moretti: “Ci sono vari livelli nella cinematografia di Leone. Il primo è sicuramente la formazione nel periodo del Neorealismo. Il padre, attore avellinese, fu il primo insegnante, poi Sergio comparve ne I ladri di biciclette di Vittorio De Sica per arrivare alla regia nel 1961 con Il Colosso di Rodi, che dimostrava le sue radici classiciste e storiche. E’ con questo bagaglio che l’artista approda al western: le citazioni e la classicità. Per cui sebbene i tipi siano pistoleri e sceriffi si può cogliere la lezione delle maschere di Carlo Goldoni e della commedia dell’arte fino ad arrivare alla disputa che vide contrapposti i samurai di Akira Kurosawa con i cowboy di Leone, che sfiorò le accuse di plagio”.
Quanto riduttiva è stata dunque la definizione di spaghetti-western, oggi possiamo dirlo. Definisce il valore intellettuale della produzione del regista italiano Graziano Marraffa, presidente dell’archivio storico del cinema italiano: “L’intuizione geniale di Sergio Leone, Sergio Corbucci, e altri autori, fu quella d’introdurre nel western l’ideologia picaresca tipicamente italiana, trasformando l’oleografia del West hollywoodiano in un cinema di antieroi, esaltando la fame, il senso di sopravvivenza, e di fallimento già presenti nel neorealismo e nella commedia all’italiana. Non a caso Leone scriverà i suoi capolavori con i principali autori del genere, quali Luciano Vincenzoni, Age e Furio Scarpelli, Leo Benvenuti e Piero de Bernardi, unendo all’epica l’ironia e il cinismo”. In questo senso è stata toccante la testimonianza di Gianni Garko, attore di cinema, teatro e sceneggiati che ha legato il suo nome al personaggio di Sartana, il pistolero degli anni Sessanta-Settanta: “Devo moltissimo a Sergio grazie al boom del suo genere, gli devo fama e incassi. La prima volta che ci vedemmo fu nel 1964 in Andalusia, dove mi trovavo sul set di Sansone e Davide per la San Paolo Film. Nella hall lo riconobbi a stento, sprofondato in poltrona con le mani in tasca. Che ci fai qui?, chiesi Ma niente, giriamo con lui, accennò Sergio mentre attraversava la sala un dinoccolato col cappello sotto al quale si celava Clint Eastwood. Cercavano macchine da presa, sembrava una produzione scarsa, invece in settembre quando uscì Per un pugno di dollari fu un tale successo che il mio film non riusciva ad andare nelle sale. Vent’anni dopo, nell 1984, lo rincontrai a Torino dove era stato invitato da giovani di un cineclub. Gli chiesi se non considerava offensive le critiche di violenza delle scene. Rispose: “Le fiabe sono violente. I cattivi fanno i delitti e i buoni li sognano”. Il terzo incontro fu alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1988 quando durante una cena sentii l’amico regista che mormorava alla moglie che lo stava cercando al telefono Giulio Andreotti. Ai tempi meditava di realizzare L’assedio di Leningrado e probabilmente cercava sponde per i permessi in Russia. E’ stato il suo ultimo grandioso sogno, un kolossal epico mai realizzato a causa della prematura scomparsa, a sessant’anni, nel 1989”.
L’amaro ricordo si lega a un’altra prematura perdita commemorata nella giornata-studio, con i contributi tra gli altri dello sceneggiatore Franco Ferrini, del produttore Ugo Tucci, del regista Romolo Giuerrieri vincitore dell’edizione 2025 del Premio: quella di Corrado Solari, strappato da un infarto con complicanze cardiache, attore caratterista del cinema d’autore, grande amico del Premio Leone, che stava lavorando per valorizzare la memoria del regista romano. Proprio il giorno prima della scomparsa Solari aveva scritto una lettera idealmente indirizzata all’amico. “Ciao Sergio” è stata letta a conclusione dell’incontro dalla figlia Marianna Solari.
Aggiornato il 26 giugno 2026 alle ore 14:56
