“Il minotauro” di Marco Carniti per “la pace fragile”

Cinque donne, una direttrice di biblioteca, la titolare di un centro estetico, un’attivista per i diritti umani, una casalinga che ha perso una gamba e una madre con un figlio autistico e il marito catturato e deceduto in guerra. Cosa accade nelle loro vite un attimo prima che scoppi il conflitto? Piccoli gesti quotidiani, fatti minori, l’ansia che divampa nella tragedia sono il focus della drammaturgia proposta da Marco Carniti, regista, ideatore del progetto e autore della grafica di Chi ha paura del Minotauro – Voci di donne in tempo di guerra, in scena sabato 11 luglio al Teatro Stabile d’Abruzzo per la rassegna promossa dal Comune de L’Aquila, I cantieri dell’immaginario. Le cinque interpreti sono: Clara Galante, Antonella Civale, Selene Gandini, Tiziana Gioia, Veronica Bernabeo. Musiche di David Barittoni, video artist Francesco Scandale, per una produzione Politeama, in collaborazione con il Mythos Troina Festival. “Un’opera di riflessione – spiega Marco Carniti – e di documentazione sulla guerra attraverso la voce delle donne scelte non solo in quanto femminile, ma in quanto testimoni. Per un ammonimento universale: la pace è fragile. Un attimo prima è casa, è quotidianità, è abitudine e un attimo dopo può essere un abisso. Frammenti di diari, poesie, testimonianze, foto di volti prima che esploda l’apocalisse per chiederci se l’Europa sia un posto sicuro. Certo, la sua storia, la democrazia sono il patrimonio, ma ci chiediamo se i conflitti alle nostre porte possono divampare e far precipitare la costruzione di secoli? Un attimo prima è la nostra città, ma un attimo dopo può essere un cumulo di macerie, come documentano le immagini dove le armi deflagrano. Le guerre non si combattono solo al fronte coi droni, ma nel quotidiano dilaniato e lacerato, dentro i corpi, le menti e gli animi”.

È l’assunto di quest’opera corale, che vuole scuotere le coscienze attraverso la mitologia: il fato e il mito del Minotauro. Il fato, perché la vicenda si ispira a un fatto reale: “Mi sono imbattuto nei diari di Victòria Amelina, scrittrice, attivista e poetessa ucraina morta nel 2023 in seguito a un bombardamento in un ristorante di Kramators’k”, racconta il regista. “Lei era seduta al tavolo con cinque amici e dialogavano quando uno di loro, Héctor Abad, le chiede di scambiarsi di posto. Cinque minuti dopo ha luogo un attacco di droni russi, Victòria Amelina muore e Héctor Abad si salva. Ho letto sia i diari lasciati dalla scrittrice-attivista e sia la narrazione del superstite e sono rimasto impressionato. Come il fato segni la nostra vita, come tutto sia legato a un filo e mentre riteniamo di costruire un tempo granitico, in realtà tutto si può spezzare in un frammento. Allora la vita nei suoi gesti, segni e atti minori acquista un senso fondamentale, ci spinge a preservare non solo la storia e i grandi ideali, ma a difendere l’esistenza nella sua interezza. Per questo la scena si apre con il tavolo al centro e gli amici, che un attimo prima sono insieme e un attimo dopo precipitano nella tragedia”.

Marco Carniti si è lungamente documentato e nei diari di Victòria Amelina ha trovato questo riferimento al mito del Minotauro, che ha sviluppato nei richiami alla nostra epoca: “Ne I cretesi di Euripide il minotauro è descritto come una creatura mostruosa, mescolanza di toro e uomo per significare da una parte la razionalità e dall’altra la carica istintuale”, illustra Carniti. “Poi c’è il re Minosse, il potente che deve giustificare le sue azioni attraverso un capro espiatorio, mentre il Minotauro è il diverso rinchiuso e indicato come soggetto di paura. Ma il mostro non nasce malvagio, vive nella sua solitudine cercando amore, quando si accorge che l’uomo lo vuole catturare e uccidere allora comincia a odiare. Questa metafora mi è sembrata vicina ai nostri tempi, incalzati da una cronaca che crea il mostruoso, lo dilata, lo sfrutta, lo manipola determinando violenza a cascata. Da qui le domande: chi ha paura del Minotauro? Chi crea il mostro? Chi lo agita per il potere e solleva rivalità e scontri? Qui trasciniamo i bambini, i fragili, nelle spire dei labirinti del male?”.

“Mi sentivo come un insetto. Poteva succedermi di tutto e a nessuno importava niente”, è la drammatica confessione che Victòria Amelina lascia nei suoi testi. Testimonia come i conflitti spoglino di significato e di umanità corpi e vissuti, come il rombo dei missili laceri la tranquillità di chi vive anche nelle campagne e si trova a difendere perfino il gregge, salvare gli animali, mentre intorno le armi incalzano. “Quando parliamo di geopolitica – prosegue Carniti – ci addentriamo nei grandi scenari, ma le guerre segnano rovinosamente la rottura di ciò che circonda anche di minore. Per esempio, chi è costretto a fuggire: cosa portare via, cosa salvare alla memoria? L’opera questo mette in scena, entra nelle case, nelle cucine, nei luoghi familiari per descrivere quegli scorci che deflagrano e rappresentano ugualmente il lato atroce. Mi viene in mente la frase di Victòria, che costituisce il filo rosso della narrazione, quando dice: Se una generazione tace, quella che segue non saprà mai i fatti e confonderà la verità con la menzogna. È lo slancio che vogliamo trasmettere a farci esercito di parole, di testimonianze, di riflessioni, di volontà per rinnegare la guerra e combattere la pace”.

Aggiornato il 09 luglio 2026 alle ore 14:04