La nuova produzione di Tancredi si è rivelata uno spettacolo di forti contrasti, sospeso tra momenti di autentica grandezza musicale e scelte sceniche che hanno finito per compromettere l’equilibrio drammaturgico dell’opera.
Se la partitura rossiniana conserva intatta la sua straordinaria capacità di fondere eroismo, malinconia e lirismo elegiaco, questa edizione ha mostrato con evidenza quanto sia delicato il rapporto tra interpretazione musicale e visione teatrale.
A emergere con assoluta forza è stata soprattutto la componente musicale, sostenuta dalla direzione di Michele Mariotti e dalla prova di una splendida Martina Russomanno nel ruolo di Amenaide.
Infatti, sin dal suo ingresso in scena, Martina Russomanno ha saputo imporsi come il vero centro emotivo dello spettacolo.
Il soprano ha costruito un’Amenaide intensa, vibrante, attraversata da una sensibilità autentica che le ha consentito di evitare tanto gli eccessi melodrammatici quanto la freddezza di certa tradizione belcantistica. La sua vocalità, luminosa e perfettamente controllata, si è distinta per omogeneità timbrica, precisione tecnica e straordinaria capacità di scolpire la parola musicale.
Nelle grandi arcate melodiche rossiniane, Russomanno ha mostrato un fraseggio raffinato e naturale, sostenuto da un legato impeccabile e da una tavolozza dinamica ricca di sfumature.
Invero, particolarmente toccante è risultata l’interpretazione della celebre “Di tanti palpiti”, affrontata non come puro esercizio di virtuosismo ma come momento di intima confessione emotiva.
Il soprano ha saputo rendere palpabile la fragilità del personaggio, trasformando ogni variazione, ogni filatura, ogni accento in elemento drammatico.
La sua Amenaide non è stata semplicemente cantata, ma è stata vissuta interiormente e restituita al pubblico con rara sincerità poetica.
Accanto a tale intensità interpretativa, la prova del tenore Antonino Siragusa è apparsa invece sorprendentemente distante e impersonale.
Pur sostenuta da una tecnica solida e da un controllo vocale indiscutibile, la sua interpretazione ha sofferto di un’eccessiva impostazione accademica, quasi asettica, incapace di liberarsi da una costante sensazione di rigidità formale, Siragusa sembra affrontare Rossini più come esercizio stilistico che come teatro vivo.
Le agilità risultano corrette, i passaggi di registro accurati, ma manca il respiro drammatico, manca soprattutto quell’abbandono emotivo necessario per dare carne e sangue al personaggio.
La linea di canto, pur elegante, rimane spesso uniforme e priva di reale tensione narrativa e in diversi momenti si ha l’impressione che il cantante privilegi il controllo tecnico rispetto all’urgenza espressiva, producendo così una performance fredda, quasi museale.
In un’opera che vive di passioni trattenute e di tormenti interiori, tale distacco finisce inevitabilmente per indebolire l’impatto scenico complessivo.
Non meno controversa è apparsa la regia di Emma Dante, ancora una volta fortemente caratterizzata da un linguaggio personale invasivo e spesso autoreferenziale.
La regista sembra voler imporre a ogni costo il proprio universo simbolico, piegando la drammaturgia rossiniana a un’estetica che raramente dialoga realmente con la musica.
Il risultato è una continua sovrapposizione di segni, movimenti e trovate visive che finiscono per distrarre lo spettatore invece di accompagnarlo nel cuore dell’opera.
Emma Dante sembra diffidare del potere narrativo della partitura e tenta costantemente di “correggerla” attraverso un eccesso di immagini e di gestualità.
Alcune intuizioni sceniche possiedono indubbiamente forza visiva, ma l’insieme appare spesso disordinato, carico di simbolismi fin troppo espliciti e incapace di lasciare spazio alla purezza del canto rossiniano.
Il dramma interiore dei personaggi, anziché emergere dalla musica, viene soffocato da una continua ricerca di provocazione estetica.
In questo contesto, anche le scene di Carmine Maringola contribuiscono a generare una sensazione di estraneità rispetto allo spirito dell’opera.
Le ambientazioni, dominate da strutture cupe e da soluzioni scenografiche volutamente spoglie, finiscono per creare un impatto visivo monotono e talvolta persino inappropriato rispetto alla delicatezza elegiaca di molti momenti musicali.
Alcune scelte appaiono francamente discutibili, soprattutto laddove l’impianto scenico sembra voler insistere su una dimensione degradata e opprimente che mal si accorda con la nobiltà tragica del libretto.
Più che amplificare il conflitto drammatico, le scene sembrano spesso schiacciare i personaggi in uno spazio simbolico statico, privo di vera evoluzione teatrale.
A salvare pienamente la produzione è stata dunque la straordinaria concertazione di Michele Mariotti, autentico artefice della riuscita musicale della serata.
Il direttore ha dimostrato ancora una volta una conoscenza profondissima del linguaggio rossiniano, affrontando la partitura con equilibrio, sensibilità e rara intelligenza teatrale.
La sua direzione non indulge mai nell’esibizione virtuosistica fine a se stessa, ma ricerca costantemente il respiro drammatico interno alla musica.
Mariotti riesce a far emergere tutta la modernità di Rossini, con il chiaroscuro armonico, la tensione emotiva nascosta dietro l’eleganza formale, il continuo dialogo tra malinconia e slancio eroico. L’orchestra, guidata con mano sicura e raffinata, ha risposto con suono compatto, trasparente e ricco di colori.
Inoltre, si è rivelata straordinaria la cura dei dettagli dinamici, così come l’attenzione agli equilibri tra buca e palcoscenico, mai invasivi e sempre funzionali alla vocalità.
Sotto la guida di Mariotti, anche le pagine più celebri hanno ritrovato freschezza e intensità, evitando qualsiasi deriva meccanica o manieristica.
Alla fine della rappresentazione rimane dunque una sensazione ambivalente, da un lato la gioia di aver ascoltato una lettura musicale di altissimo livello e una Amenaide memorabile grazie alla poetica interpretazione di Martina Russomanno e, dall’altro, il rammarico per una concezione scenica che, invece di accompagnare la forza emotiva del capolavoro rossiniano, sembra volerla continuamente contraddire. Al postutto, in questo contrasto tra musica e regia si è giocato il destino dell’intera produzione, ossia musicalmente preziosa e spesso esaltante, teatralmente irrisolta e appesantita da scelte estetiche discutibili.
Aggiornato il 27 maggio 2026 alle ore 11:58
