“Prima del temporale”: indietro nel tempo

Come si può rappresentare una biografia circolare lunga 91 anni, con un “pigreco” incalcolabile (infinte cifre dopo la virgola, al pari delle emozioni), come quella di Umberto Orsini, facendola riassumere a lui stesso, per sezioni rarefatte e discrete, nello spettacolo Prima del temporale (che fa un po’ il verso al dramma Temporale di August Strindberg) in scena al Teatro Argentina fino al 10 maggio. La rappresentazione scelta da Massimo Popolizio di dar vita con la sua intelligente regia alle molte vite del personaggio Orsini restituisce con grande efficacia a un pubblico particolarmente attento la pervasività di un’eccezionale avventura umana e professionale. E lo fa come la ninfa del segno dell’acquario, riversando nello spazio pubblico la materia viva del passato “orsiniano”, ricostruito per saltum con un potente basamento di immagini di tecnica multimediale. Così, le tre pareti del fondale di scena sono impegnate per intero nella proiezione di immagini reali e iconiche che ripercorrono, o sostengono a latere, le esperienze artistiche e sentimentali del protagonista, nel suo lungo percorso interno e specialmente esterno all’illusorio orizzonte ottico dello spazio chiuso di un set o di un palcoscenico. La scenografia mette a punto un’ingegnosa e semplificata macchina del tempo, esplodendo lo spazio angusto di un camerino teatrale in un’ampia sala, con un tavolino al centro e alcune sedute a lato, che danno occasionalmente ospitalità a due figure accessorie, ma indispensabili, dell’apparato scenico teatrale.

La prima, Francesca (una brava e brillante Diamara Ferrero), è un’assistente tuttofare che ha il compito di tenere in ordine il camerino, sistemare i vestiti di scena e prendersi cura delle minute esigenze di capocomico e attori. Il secondo, è un giovane vigile del fuoco addetto ai servizi antincendio del teatro, che ha funzioni ludico-repressive nello stemperare con le sue irruzioni la crescente tensione che grava sul filo del racconto. Tre forti luci al neon illuminano le pareti di scena, lasciando il posto con cadenze cronologicamente ben calibrate a numerosi inserti filmati, in cui scorrono la storia e le immagini del passato del protagonista. La sala-camerino funziona magistralmente come macchina del tempo alternando immagini oniriche del sogno a occhi aperti, a ricadute brusche nel reale in cui a bussare alla porta è lo spirito del teatro stesso. Come Virgilio per Dante, il cammino inizia con l’apertura (onirica) di uno strano plico, in cui un misterioso donatore fa avere a Orsini la sua copia autentica del libro letto più volte in gioventù Dove corri, Sammy? (What Makes Sammy Run?) di Budd Schulberg. Da qui il suo significato simbolico del romanzo, pubblicato nel 1941, che descrive l’ascesa spietata di un giovane nel mondo di Hollywood e che, per Orsini, rappresenta un legame con i suoi inizi e con il desiderio di successo tipico della giovinezza. Così, nel 1955, con pochi soldi e tantissimi sogni in tasca, si inizia con la prova di ammissione all’Accademia nazionale d’arte drammatica di Roma, recitando il testo pirandelliano de “L’uomo del fiore in bocca”, che nel caso di Orsini diventa verista a causa di un herpes contratto, nel frattempo, causa stress da prova d’esame. Poi, tante immagini dell’Orsini giovane, quello dei fotoromanzi e dei caroselli, dove incontra e ha una relazione con Ellen Kessler, una delle famose gemelle. E c’è il passaggio televisivo con l’indimenticabile I fratelli Karamazov, che Orsini nella parte di Ivan recita con il suo volto invecchiato e ingigantito, contemporaneamente al suo duale di gioventù proiettato sulla parete-schermo.

Poi, i ricordi degli amici di sempre, come Corrado Pani, costantemente presente nella sua vita, con sveglia regolare alle nove di mattina (l’alba, per Orsini nottambulo) e con Emilio Bonucci, che recitò una sera da dio, volendo impressionare una giovane prostituta di cui si era invaghito e intendeva conquistare (in qualità di donna) con la sua recitazione. Orsini e Bonucci, due pilastri del teatro e del cinema italiano che hanno spesso condiviso il palco e il set, in particolare sotto la direzione di Luca Ronconi. Poi, ancora, un ricordo struggente di un’iconica e bellissima attrice francese incontrata sul set di un film osé del tempo Emmanuelle, Sylvia Kristel che, prima di girare una delle scene di nudo stesi nel letto, lo prega di mettere le mani sul suo fondoschiena per nascondere le tracce di cellulite. La Kristel, accanita fumatrice come Orsini, che l’accompagnerà con la sua presenza a distanza nel momento più drammatico della sua malattia. E qui, nel silenzio composto di luci d’emergenza, si avverte silenzioso il colpo di frusta dell’emozione anziana, che non lacrima ma irradia tutt’intorno il suo struggente ricordo. Poi, c’è la rivelazione dei ferri del mestiere, con la descrizione del metodo per cui si manda a memoria una parte densa e complessa del copione teatrale, prima iniziando a scrivere una singola frase, poi una seconda e infine l’intero testo, da ripetere in seguito a voce alta, fino a mandare tutto a memoria.

E che dire della sua casa-teatro cinquantennale, quel memorabile Teatro Eliseo, sbarrato da tempo per la pochezza umana, con centinaia e centinaia di repliche degli spettacoli classici più noti al mondo, i cui manifesti la regia fa ruotare sempre più velocemente come una rosa impazzita dei venti? Il sogno a occhi aperti dura finché il teatro non richiama perentoriamente il vecchio attore per il suo ingresso sul palcoscenico a luci spente, obbligandolo controvoglia a indossare il costume di scena, non prima di aver trovato un sostituto sui generis all’attore con una sola battuta da dire. Alla fine, una meritata standing ovation per un fine carriera di livello ineguagliabile.

Aggiornato il 08 maggio 2026 alle ore 13:37