Come si traduce in teatro napoletano lo spassoso testo dei Giocatori di Pau Miró? Ma ovvio: Jucatùre, spettacolo imperdibile, con la regia e traduzione di Enrico Ianniello, è in scena alla Sala Umberto di Roma fino al 19 aprile. Quattro i personaggi serenamente disperati e prototipali del termine “falliti”: il Becchino (schiattamuorto) balbuziente e gigante capo manipolo del gruppo, buono come il pane, è impersonato da un entusiasmante Antonio Milo. L’Attore, invece lo propone Adriano Fallivene, mentre il Barbiere effeminato nei modi e tiranneggiato da una moglie che non lo deve mai lasciare malgrado il sontuoso palco di corna che gli regala, è il bravissimo Marcello Romolo. Chiude la quadriglia il Professore di matematica, cardine di tutti i fallimenti sommati assieme, perfettamente rappresentato da Giovanni Allocca.
Ed è la casa-casinò (scenograficamente rappresentata nella sua sezione orizzontale) la protagonista silente della storia di maschi perduti, composta da un trilocale con un grande spazio comune dotato di un angolo cottura, e una stanza da letto sulla destra, in cui per tutta la durata dello spettacolo il Professore si spoglia e si riveste, lasciando in perenne attesa i suoi ospiti. Di notte, è sempre lui che si reca sistematicamente da sonnambulo in una misteriosa stanza del padre defunto, dove la mattina dopo si ritrova con una scatola sul tavolo, che ora contiene ricordi fotografici e di varia natura, ora una pistola con quattro proiettili.
Poi, sullo sfondo sinistro, c’è un piccolo bagno costantemente occupato dal prostatico Milo, e dal Barbiere che ne fa un oggetto cult del suo mestiere, sistemandosi il look ogni quando si presenta l’occasione. Lui, che aveva un lavoro ma l’ha perduto per una battuta sbagliata, ma deve far finta di uscire tutte le mattine consumando così il poco di liquidazione concessa dal suo datore di lavoro, affinché lei, l’arpia domestica, non abbia ad accorgersi che suo marito non porta più lo stipendio a casa, pena la cacciata del disoccupato dal tetto coniugale. Non va meglio al povero Becchino solitario, che però trova la sua bella consolazione mercenaria in una formosa e abbondante prostituta dell’Europa dell’Est, la mitica Ljuba (che, guarda caso, in slavo significa proprio amore, affetto), che lo accoglie bisettimanalmente nelle sue spire carnali per fargli dimenticare i dolori del mondo, perché poi, come lui sa meglio di tutti, quando arriva la Comare secca la vita finisce lì. E che ci fa un Attore, in questo deposito di anime perdute? Recita, fa smorfie, si muove come un burattino animato per tenere allegra la compagnia, passando di provino fallito a promesse vuote di un contratto che mai arriverà e di un ruolo che non sia di comparsa.
E quanti di noi sono, in realtà, come lui senza accorgersene? Quanti riescono a trovare compratore, estimatore e ingaggio? Ma loro quattro sono veramente un equipaggio alla deriva, la cui sola isola di approdo, come un Robinson Crusoe collettivo, è quella casa del Professore dalla porta sempre aperta, in cui talvolta si entra anche senza bussare, si apre il frigo e si mangia e si beve quello che c’è, portato e sistemato da qualcun altro, ma non certo dal proprietario che, se fosse per lui vivrebbe d’aria. Sì, perché lui, l’anziano e capostipite del gruppo, è quello più martoriato da un passato recente, ricco di follia e di fallimenti, dopo che è letteralmente impazzito rompendo la testa a un suo allievo che ne aveva corretto un clamoroso errore alla lavagna. Così, alla demenza si abbinano le spese legali, cosa alla quale si provvederà rocambolescamente con la vendita dell’urna d’oro del padre defunto, le cui ceneri finiranno da qualche parte nello scomparto del frigo.
Ma, oltre a questo casinò domestico dello scopone-tresette o di qualche pokerino, perché non si capisce bene quale sia il loro gioco di carte preferito, c’è a un certo punto da trovare un’uscita comune alla depressione collettiva incombente, un riscatto da quattro fallimenti esistenziali che alla fine si concretizza in pasticciato colpo alla banca, in cui i quattro guitti si improvvisano rapinatori provetti. Si può bene immaginare quali scene di comicità possano venir fuori dai mille equivoci in cui cade il quartetto di sprovveduti, lasciando il bottino in banca per poi riprenderlo fino a farsela sotto, dopo aver perfino sparato qualche colpo senza far male a nessuno. Ma, basterà loro questa brezza di follia o, come i drogati da adrenalina, cercheranno di giocarsi tutti i soldi rubati in una notte sola al casinò? Spettacolo davvero imperdibile!
Aggiornato il 17 aprile 2026 alle ore 10:37
