Oscar, “Una battaglia dopo l’altra” trionfa con 6 statuette

Paul Thomas Anderson (nella foto) è il nuovo re di Hollywood. La sua commedia drammatica sugli ex rivoluzionari alle prese con le conseguenze del loro passato ha conquistato la Notte degli Oscar. Una battaglia dopo l’altra (One Battle After Another) si è aggiudicato ben sei statuette: Miglior film ad Adam Somner, Sara Murphy e Paul Thomas Anderson; Miglior regista a Paul Thomas Anderson; Miglior attore non protagonista a Sean Penn (l’interprete, al terzo Oscar ha disertato la cerimonia, diretto, si dice, in Ucraina); Miglior sceneggiatura non originale a Paul Thomas Anderson (l’ispirazione è il romanzo Vineland di Thomas Pynchon); Miglior casting a Cassandra Kulukundis (categoria ammessa per la prima volta nella storia degli Oscar); Miglior montaggio ad Andy Jurgensen. Dopo aver vinto quasi tutti i principali premi della stagione – tra cui Golden Globe, Bafta, registi e produttori – Anderson era il favorito della vigilia anche se, sul fronte delle candidature (13) era stato battuto dalle 16 di I peccatori (Sinners), la saga su vampiri e razzismo nel sud segregato scritto e diretto da Ryan Coogler che ha vinto l’Oscar per Miglior sceneggiatura originale, il Miglior attore protagonista (Michael B. Jordan ha spiazzato Timothee Chalamet), la colonna sonora dello svedese Ludwig Gorannson e la fotografia di Autumn Durald Arkapaw, la prima donna, e la prima donna afroamericana, a vincere l’Oscar in un settore storicamente maschile. Senza sorprese la statuetta per la migliore attrice protagonista: è andata all’irlandese Jessie Buckley per Hamnet di Chloé Zhao mentre Amy Madigan ha vinto come Migliore non protagonista per l’horror Weapons di Zach Cregger.

Scontato anche l’Oscar alla Miglior canzone originale, Golden di KPop Demon Hunters. In un’industria in profonda trasformazione, sia Una battaglia dopo l’altra (209 milioni di dollari al box office worldwide) che Sinners (370 milioni) sono stati blockbusters usciti dagli studi Warner al centro della scalata da 111 miliardi di dollari di Paramount Skydance: hanno portato il pubblico nelle sale intercettando il clima del tempo, tra polarizzazione politica, radicalismi e nuove guerre culturali sull’identità. Nella serata del Dolby tuttavia, salvo scarne battute, la politica è rimasta in panchina. Il conduttore Conan O’ Brien ha scherzato sulla minaccia dell’Intelligenza artificiale a Hollywood affermando di essere “l’ultimo conduttore umano degli Academy Awards” e affrontato il caso Epstein col guanto di velluto: “Nessun attore britannico candidato, è la prima volta dal 2012. Loro però arrestano i loro pedofili”. Per l’Italia, rimasta fuori dopo il flop di Familia, c’è stato un premio di consolazione con Valentina Merli, co-produttrice del corto live action Two People Exchanging Saliva. In una edizione che ha visto candidati provenienti da 31 Paesi, c’era attesa per le nove nomination del norvegese Sentimental Value di Joachim Trier che ha vinto per il Miglior film internazionale. E anche il cinema iraniano, che aveva in corsa Jafar Panahi (Un semplice incidente) e il documentario Scalfire la roccia, è rimasto a bocca asciutta. Con Javier Bardem salito sul palco con lo slogan “Free Palestine”, è stato il team dietro il documentario premiato Mr. Nobody Against Putin a denunciare con forza i Governi che “ammazzano i loro cittadini sulle strade”.

Aggiornato il 16 marzo 2026 alle ore 17:24