L’Inferno di Lucia Ronchetti, andato in scena al Teatro dell’Opera di Roma sabato 28 febbraio, si presenta come un’operazione ambiziosa, dichiaratamente sperimentale e proprio per questo inevitabilmente divisiva.
L’intento di calare l’opera dantesca in uno scenario contemporaneo, svincolandola dall’immaginario iconografico tradizionale, costituisce il fulcro ideologico dell’intero progetto, ma al tempo stesso ne rappresenta il punto di maggiore fragilità.
La serata romana ha restituito al pubblico un lavoro che non teme il rischio, ma che spesso sembra compiacersi dell’azzardo, spingendosi fino a una rilettura che appare più problematica che realmente illuminante.
L’Inferno, prima cantica della Divina Commedia, è da sempre terreno fertile per trasposizioni musicali, teatrali e visive.
Tuttavia, l’approccio di Ronchetti non mira a una traduzione sonora del poema di Dante Alighieri, bensì a una sua decostruzione concettuale, quasi a volerlo filtrare attraverso le ansie, le dissonanze e le nevrosi del presente.
Il risultato è un’opera che rinuncia consapevolmente alla narrazione lineare e alla riconoscibilità dei personaggi, per abbracciare una forma frammentata, fatta di episodi sonori, di nuclei vocali e di gesti teatrali che alludono più che raccontare.
Dal punto di vista musicale, la partitura si muove in un territorio aspro e rarefatto, perché Ronchetti privilegia una scrittura vocale spesso spezzata, talvolta prossima alla declamazione, in cui la parola perde la sua funzione semantica per diventare materia sonora.
Le voci emergono come lamenti, invettive, sussurri o grida, immerse in un tessuto orchestrale che rifugge ogni compiacimento lirico.
L’orchestra non accompagna, ma commenta, disturba, talora aggredisce, costruendo un paesaggio acustico che rimanda più a un’installazione sonora che a un’opera nel senso tradizionale del termine.
La scelta non è casuale, ma coerente con l’idea di Inferno come spazio mentale e sociale, che rischia però di alienare lo spettatore, privato di qualsiasi appiglio melodico o narrativo.
L’ambientazione moderna, elemento centrale dell’operazione, appare particolarmente discutibile, in quanto l’Inferno di Ronchetti non è più il regno ultraterreno governato da leggi morali eterne, bensì una sorta di non-luogo contemporaneo, popolato da figure che evocano marginalità, alienazione e violenza sistemica.
Invero, se da un lato questa trasposizione intende attualizzare il messaggio dantesco, dall’altro finisce per appiattirne la complessità simbolica.
L’Inferno diventa metafora generica del disagio moderno, perdendo quella struttura etica rigorosa che rende il poema dantesco ancora oggi perturbante e attuale.
La regia insiste su immagini forti, talvolta volutamente sgradevoli, che sembrano voler scuotere lo spettatore più che coinvolgerlo in un percorso di senso.
L’uso di elementi visivi contemporanei, tra richiami mediatici e suggestioni urbane, accentua l’impressione di un Inferno “qui e ora”, ma al prezzo di una certa superficialità concettuale.
Il rischio, pienamente avvertibile nel corso della rappresentazione, è che la modernizzazione diventi un espediente estetico più che una reale chiave interpretativa, riducendo Dante a un pretesto per una riflessione sociologica o psicoanalitica, non sempre approfondita.
Non si può tuttavia negare la coerenza interna del progetto, nel senso che Ronchetti porta fino in fondo la propria visione, senza concessioni al gusto del pubblico o alle aspettative legate al repertorio operistico. La sua scrittura, radicale e rigorosa, si inserisce pienamente nel solco del teatro musicale contemporaneo, che concepisce l’opera come spazio di ricerca piuttosto che come luogo di sintesi tra musica, parola e azione scenica.
In questo senso, l’Inferno romano rappresenta un atto di azzardo artistico, che merita una minima giustificazione anche quando non convince.
L’esecuzione, complessivamente solida, ha reso giustizia a una partitura complessa e impervia, con gli interpreti vocali che hanno affrontato con professionalità una scrittura che richiede non solo precisione musicale, ma anche una notevole disponibilità attoriale.
L’orchestra ha saputo restituire le molteplici stratificazioni timbriche del lavoro, mantenendo una tensione costante che è forse uno degli aspetti più riusciti della serata.
Quindi, l’Inferno di Lucia Ronchetti si configura come un esperimento audace e problematico, più stimolante sul piano teorico che realmente persuasivo sul piano emotivo.
Il tentativo di attualizzare Dante attraverso una lente contemporanea produce esiti diseguali, oscillando tra intuizioni interessanti e scelte che appaiono forzate o riduttive.
Pertanto, è sembrata un’opera che interroga e che cerca di scandalizzare, ma che difficilmente riesce a restituire quella vertigine morale e poetica che rende l’Inferno dantesco un capolavoro senza tempo.
Al postutto, proprio in questo contrasto tra l’ambizione psicoanalitica di sperimentare attualizzando e la mortificazione della poetica spirituale dantesca risiede, forse, il senso ultimo di una serata che ha lasciato il pubblico più inquieto e perplesso che davvero conquistato.
Aggiornato il 05 marzo 2026 alle ore 09:38
