All’inizio dell’Ottocento, La Creazione (cosiddetto oratorio) fu assolutamente l’opera più celebrata dal pubblico dell’epoca, che lo stesso autore Haydn non esitò a considerarla la composizione più riuscita tra tutte le sue opere, proprio per il fatto di essere contraddistinta da una suggestiva e metafisica maestosità.
Tutto ciò perché la suddetta opera esaltava i valori dell’Illuminismo da un lato ed esorcizzava le paure della Rivoluzione, con tutte le sue violenze terrorizzanti, dall’altro lato.
Il focus tematico de La Creazione si fonda sull’intento di suscitare la sensazione di veder formare e ordinare tutto il mondo tramite le suadenti e oniriche note dell’opera stessa.
Venerdì 27 febbraio, nella Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica, il pubblico romano ha assistito a qualcosa che ha superato i confini del concerto per farsi evento spirituale, rivelazione, autentico miracolo sonoro.
La Creazione di Joseph Haydn, sotto la direzione di Daniel Harding, ha preso forma come un inno luminoso alla vita, alla nascita del mondo e alla dignità profonda dell’esistenza umana, travolgendo l’ascoltatore in un’esperienza emotiva e contemplativa di rara intensità.
Sin dalle prime battute della celebre Rappresentazione del caos, Harding ha scolpito il suono con gesto essenziale e visione chiarissima, lasciando emergere l’architettura dell’opera nella sua tensione primigenia: un caos non urlato, ma sospeso, carico di attesa, da cui la luce sembra nascere realmente davanti agli occhi dell’ascoltatore.
La sua direzione, di straordinaria lucidità intellettuale ma al tempo stesso intrisa di fervore poetico, ha saputo coniugare rigore formale e slancio lirico, restituendo a Haydn tutta la sua modernità e la sua forza visionaria.
Il miracolo di questa esecuzione risiede proprio nella capacità di rendere percepibile il passaggio dal nulla all’essere, dal silenzio alla parola, dal buio alla luce.
Quando il celeberrimo Es werde Licht esplode nell’orchestra e nel coro, l’effetto non è soltanto musicale, ma è fisico, direi quasi metafisico.
Il pubblico avverte chiaramente di essere testimone di una nascita, di una rivelazione che trascende la sala da concerto e tocca corde profonde dell’animo umano.
In quel momento, l’Auditorium si trasforma in un luogo sacro, dove la musica diventa linguaggio universale e preghiera laica.
Determinante, in questo senso, il contributo del coro (preparato con cura magistrale da Sam Evans), grazie al quale l’amalgama vocale, la precisione degli attacchi e la straordinaria varietà dinamica hanno permesso di cogliere ogni sfumatura del testo e della scrittura haydniana, dal sublime al gioioso, dal contemplativo al festoso.
Il coro non è mai semplice massa sonora, ma vero protagonista narrante, capace di farsi voce della creazione, eco della natura, canto di lode e stupore.
Sul piano vocale, il cast solistico ha contribuito in modo decisivo a rendere questa esecuzione memorabile, con il soprano Katharina Konradi che ha offerto una prova di rara purezza e intensità espressiva. Infatti, la sua voce, luminosa e trasparente, ha incarnato perfettamente l’innocenza e la grazia del creato, con un fraseggio curatissimo e una linea di canto sempre sostenuta da naturalezza e profondità emotiva.
Ogni intervento è parso un atto di meraviglia, un sorriso musicale rivolto al mondo appena nato, insieme al tenore Andrew Staples, nel ruolo dell’Arcangelo Uriel, che ha colpito per eleganza stilistica e chiarezza narrativa. Il suo canto, limpido e penetrante, ha saputo guidare l’ascoltatore attraverso il racconto della creazione con equilibrio perfetto tra autorevolezza e partecipazione emotiva, restituendo alla parola cantata tutta la sua forza evocativa.
Il basso Michael Nagy ha completato il terzetto con una presenza vocale solida e carismatica, dando voce alla maestosità e alla gravità del disegno divino, senza mai rinunciare a una profonda umanità timbrica e interpretativa.
L’orchestra, guidata con mano sicura e ispirata da Harding, ha risposto con una tavolozza di colori ricchissima, capace di evocare paesaggi sonori di straordinaria suggestione, come il fremito delle acque, il respiro della terra, il volo degli uccelli e la quiete edenica della natura incontaminata.
Pertanto, ogni dettaglio è stato cesellato con cura, ma sempre all’interno di una visione d’insieme che ha mantenuto costante la tensione drammatica e spirituale dell’opera.
Questa Creazione non è stata soltanto un’esecuzione musicalmente eccellente, ma un’esperienza trasformativa, di fronte a un pubblico romano, raccolto in un silenzio partecipe e quasi reverenziale, che ha percepito chiaramente di essere coinvolto in qualcosa di irripetibile, ossia un atto di bellezza che parla alla ragione, al cuore e allo spirito.
Al postutto, l’applauso lungo e commosso al termine del concerto non è stato semplice entusiasmo, ma gratitudine, una gratitudine per aver potuto assistere a un momento in cui la musica, ancora una volta, si è fatta testimonianza del senso più alto della vita, rinnovando la fiducia nella forza creatrice dell’arte e nella sua capacità di illuminare, anche solo per una sera, il nostro essere nel mondo.
Aggiornato il 03 marzo 2026 alle ore 18:28
