Un grande spettacolo teatrale tratto da “Uno, Nessuno e Centomila” di Luigi Pirandello

Lo spettacolo teatrale tratto dal celebre romanzo di Luigi Pirandello, “Uno, Nessuno e Centomila”, con la regia e l’adattamento del testo per il palcoscenico a cura di Nicasio Anzelmo, colpisce ed incanta lo spettatore per innumerevoli motivi. La rappresentazione di questo spettacolo, davvero notevole, è avvenuta il 30 gennaio nel Teatro Rendano di Cosenza.

In primo luogo, la scenografia è dominata da tre teste dalla forma macroscopica, su ognuna della quali compaiono scritte che si riferiscono al ruolo dei personaggi nella società, che evocano l’idea poetica di Luigi Pirandello, secondo cui nella coscienza di ogni persona convivono diverse e molteplici identità.

In secondo luogo, l’innovazione scenica inventata dal regista Nicasio Anzelmo risiede nella scelta di adattare il romanzo celeberrimo di Pirandello in forma di un lungo monologo, declamato in modo magistrale dall’attore Primo Reggiani, che interpreta il personaggio di Vitangelo Moscarda. Nella prima scena dello spettacolo, Vitangelo Moscarda, ascoltando la moglie Dida, interpretata dalla bravissima attrice Francesca Valtorta, che gli fa notare che il suo naso pende a destra, inizia a contemplarsi in modo incessante ed ostinato di fronte ad uno specchio. Questa esplorazione della immagine del suo volto riflessa nello specchio, per notare la presenza del difetto fisico sul suo naso, fino a quel momento ignorata e disconosciuta, costringe Vitangelo Moscarda a interrogarsi sulla sua vita, sulla sua reale identità e su come la sua persona viene percepita da quanti nella società e vita sociale lo frequentano e lo conoscono. Sapendo bene di essere il ricco erede di suo padre, oramai scomparso, il banchiere che aveva fondato un istituto di credito di grande rilievo nella vita economica, ha la netta sensazione di essere considerato una persona priva di un ruolo specifico e, di conseguenza, inutile.

La figura dell’inietto è centrale nella letteratura del Novecento, si pensi a Zeno Cosini, la figura creata da Italo Svevo. La moglie, quando lui gli chiede in preda ad una dolorosa presa di coscienza quale sia il suo ruolo nella società e la sua professione, pur amandolo, si abbandona da una risata sarcastica, che lo ferisce e lo turba profondamente.

La parte dello spettacolo più bella è quella in cui, nei momenti in cui da solo riflette sulla sua condizione esistenziale, Vitangelo, designato con il diminutivo di Genge dalla moglie Dida, si rende conto che nella vita ognuno, di fronte al prossimo nella società, è costretto ad indossare una maschera. Questa sua convinzione lo induce ad osservare, mentre parla da solo, che vi è un conflitto insanabile nella condizione umana tra la forma, che è sempre mutevole e cangiante, e la vita, immutabile per le sue leggi spietate che influenzano il destino di ogni persona. Anche se suo padre per lui incarna la figura del banchiere di successo, che gli ha garantito una esistenza agiata e tranquilla, in base alle sue intuizioni sulla forma e il conflitto con l’essenza della vita, ad un certo punto, per una improvvisa folgorazione, comprende che per una parte della società è stato un abile e turpe usuraio.

La crisi di coscienza che tormenta interiormente Vitangelo Moscarda ha conseguenze improvvise e sorprendenti. Infatti, in seguito ai dubbi che affiorano nella sua mente, inizia a nutrire dei sospetti sulla correttezza delle persone che gestiscono la banca, che ha ereditato. Per questo Vitangelo Moscarda si presenta dinanzi ai suoi collaboratori per verificare la situazione patrimoniale dell’istituto di credito di cui è l’unico erede e proprietario.

Sia Firpo, interpretato in modo splendido da Fabrizio Bordignon, sia Quantorzo, ruolo affidato a Enrico Ottaviano, cercano di rassicurare Vitangelo Moscarda al quale, con grande diplomazia e senza irritarlo, fanno notare che la loro vita è stata consacrata alla gestione della banca nel suo esclusivo interesse. Vitangelo, che continua a non sapere quale sia la sua identità, in un impeto di rabbia e disperazione dichiara, in presenza dei suoi collaboratori e della moglie Dida, che ha maturato la decisione di vendere e liberarsi dalla proprietà della banca. La moglie Dida, sorpresa e preoccupata per lo stato di perenne inquietudine esistenziale in cui è precipitato il marito, invoca l’aiuto della sua amica Anna Rosa, una donna bella e affascinante, ruolo interpretato in modo brillante da Jane Alexander.

In questa parte dello spettacolo, accanto al monologo di Vitangelo Moscarda, assumono un grande rilievo le conversazioni intime tra lo stesso Vitangelo e l’amica di sua moglie Anna Rosa. Anna Rosa, che manifesta al suo amico la sua angoscia per la decisione di vendere la banca che ha ereditato da suo padre e le sue teorie filosofiche, dimostrandogli affetto e amicizia, lo mette in guardia dalle trame ordite contro di lui dai suoi collaboratori e da quanti traggono benefici economici dalla sua attività.

In due scene esilaranti, che nello spettacolo assumono un valore simbolico, volto a mostrare quale grado di intimità vi fosse tra Vitangelo e Anna Rosa, risuonano due esplosioni. Infatti, Anna Rosa tiene una pistola con cui prima si ferisce accidentalmente ad un piede, e poi, sempre senza dolo, ferisce al petto Vitangelo Moscarda. Nella parte finale di questo spettacolo, in cui tra le varie scene sono stati inseriti brani musicali di grande pregio e dalla sonorità delicata e melodiosa, compare il Vescovo di Richieri, Monsignore Partanna, interpretato dal bravissimo Marco di Dio, che, sollecitato dalla moglie Dida, inizia ad avere delle conversazioni con Vitangelo Moscarda.

Il vescovo, che ha compreso le ragioni della crisi interiore e di coscienza che vive drammaticamente Vitangelo Moscorda, gli propone di cedere la banca per favorire alcune attività caritatevoli verso i meno fortunati e i poveri. Nella parte finale di questo spettacolo, di grande rilievo culturale per come il romanzo è stato adattato dal regista Nicasio Anzelmo  per la scena teatrale, Vitangelo Moscarda, in uno dei momenti più alti del suo monologo interiore, ammette e confessa che la verità di cui ognuno dovrebbe essere consapevole risiede nella circostanza innegabile che, a causa della frantumazione dell’io, nella società le persone sono costrette ad indossare innumerevoli maschere posticce, che dissimulano la vera identità della persona umana.

Questo spettacolo, bello ed emozionante, verrà replicato nel mese di febbraio presso il Teatro Ghione di Roma.

Aggiornato il 02 febbraio 2026 alle ore 12:33