Ottant’anni fa, a gennaio 1946, nel Palazzo di Giustizia di Norimberga, il collegio giudicante formato da 8 giudici (4 titolari e 4 sostituti), nominato da Usa, Regno Unito, Francia e Unione Sovietica, cioè i Paesi vincitori della Seconda guerra mondiale, era impegnato a dibattere sulle effettive responsabilità degli alti gerarchi nazisti presi prigionieri dagli Alleati con la fine dell’immane conflitto. Questo primo processo di Norimberga, iniziato il 20 novembre 1945, si sarebbe concluso, dopo 218 udienze, il 1° ottobre del ‘46: con 12 condanne a morte per impiccagione, 3 ergastoli e 4 condanne a varie pene detentive.
Ma si potevano processare tutti quegli imputati – da Hermann Goring, numero 2 del regime nazista, e Rudolf Hess, fedele “Vicario” di Hitler, ad altri 19 gerarchi politici e militari – senza che ancora fossero esistite, all’epoca dei fatti, norme precise e codificate per dibattimenti penali di questo genere, vòlti a giudicare violazioni, su scala internazionale, dei diritti inalienabili dell’uomo? Non si violava, così, quello che da sempre era uno dei princìpi fondamentali del diritto – nazionale e internazionale – cioè l’irretroattività della legge penale?
Questo contestarono, al collegio giudicante, i legali di diversi imputati. E questo stesso interrogativo risuona sin nelle prime scene di “Norimberga”, il film, da poco nelle sale, che James Vanderbilt, sceneggiatore, produttore cinematografico e regista Usa, ha girato nel 2025 basandosi sugli atti del grande dibattimento e sul libro “Il nazista e lo psichiatra”, di Jack El-Hai, giornalista e scrittore americano esperto di storia e medicina (traduzione italiana, con l’editore Solferino, 2025). E che Robert Houghwout Jackson (il bravo attore Usa Michael Shanon), a Norimberga Procuratore Capo insieme al britannico Hartley Shawcross, si sente rivolgere, prima del processo, già dalla moglie Elsie Douglas (un altrettanto brava Wrenn Schmidt).
Non è la prima volta, in realtà, che lo storico processo di Norimberga – il quale sbloccò l’empasse che ricordavamo, replicando che già vari articoli delle Convenzioni de L’Aja e di altri trattati internazionali contenevano norme cui riferirsi per la creazione di un Tribunale penale internazionale rigoroso e obbiettivo: traguardo che l’umanità avrebbe raggiunto solo più di 50 anni dopo, tra il 1998 e il 2002 – viene portato sullo schermo. Già nel 1961, un quindicennio dopo la fine della guerra, l’americano Stanley Kramer produsse e diresse “Vincitori e vinti”: centrato sul terzo dei processi secondari di Norimberga – riguardanti, cioè, gerarchi e funzionari nazisti di minor rilievo – e con un cast “stellare” (da Spencer Tracy a Burt Lancaster, da Marlene Dietrich a Montgomery Clift e Maximilian Schell).Mentre nel 2000, il canadese Yves Simoneau girava la miniserie tv in due puntate “Nuremberg” (uscita poi in Italia come unico film): con un combattivo Alec Baldwin nel ruolo di Jackson e l’inglese Brian Cox in quello di Goring.
L’ottica della “Norimberga” di Vanderbilt è più specifica. Concentrandosi soprattutto sul “lungo duello” – condotto sempre con “fair play”, ed anzi scivolante, a tratti, in ambigua sintonia intellettuale – tra il nazista Hermann Goring (un “mostruoso” Russell Crowe, nel senso sia di bravura che del pieno calarsi in un personaggio a dir poco inquietante) e lo psichiatra dell’esercito americano, maggiore Douglas Kelley, incaricato di valutare lo stato di salute mentale degli imputati. Qui adeguatamente reso dall’attore americano, d’origine egiziana, Rami Said Malek, già Freddie Mercury nel cult-movie del 2019 “Bohemian Rhapsody”. Alla tormentosa esperienza del rapporto col “Maresciallo dell’aria” del Reich, Kelley avrebbe poi dedicato, nel ‘47, il libro “22 celle a Norimberga”, che purtroppo avrebbe avuto scarso successo.
La forza di questo film consiste proprio nel focalizzare – tra un’udienza e l’altra del processo – il tormentato percorso psicologico e morale che affrontano, da posizioni molto diverse, i due avversari. Con un Dottor Kelley che scopre gradualmente in Goring, amante delle teatralità e raffinato critico d’arte, un “Anti Eichmann”, esempio perfetto di genialità del male. E Goring che si accorge, prima di suicidarsi la notte stessa della sua esecuzione – di avere, nello psichiatra statunitense, il suo unico amico.
Aggiornato il 08 gennaio 2026 alle ore 12:26
