“Tutti tranne te”: un gioco degli inganni

Possono due ore di visione ultraleggere aiutarci a volgere altrove lo sguardo, rispetto a questo mondo di fuoco? In fondo, Tutti tranne te (nelle sale italiane dal 25 gennaio distribuito da Eagle Pictures), una “romcom” del regista Will Gluck, con Sydney Sweeney (Bea) Glen Powell (Ben), è davvero un viaggio su di un altro pianeta. Sul quale non abitano di certo parecchi miliardi di persone, come quelle che si sistemano nelle classi più povere, note genericamente come have-not. Perché qui, in effetti, la storia è ambientata e interamente circoscritta alla ricca borghesia americana, della quale si dà per scontato che sia ricca e basta, senza farle ulteriori esami del sangue. Ma, in fondo, le favole popolari raccontate per migliaia di anni non ci hanno, forse, sempre parlato di amore tra principi che si innamorano e sposano poverissime ragazze del popolo? E oggi tantissima filmografia moderna non ha fatto lo stesso? Allora, qui siamo a questo punto, in fondo: solo che nessuno dei personaggi va alla mensa dei poveri. Il vero protagonista, però, non è tanto quello che si dice umano, ma una colossale natura di un continente selvaggio e scarsamente popolato, come l’Australia, con le sue gigantesche conchiglie bianche del Teatro dell’Opera di Sidney che fanno, appunto, da orecchie molto attente e mai da mercante al richiamo degli amanti.

Il nucleo del film però è abbastanza freudiano. Ovvero, perché in fondo due giovani, un uomo e una ragazza, belli, sani, forti e ricchi giocano a fare l’elastico, che ora si prendono, ora si lasciano, non sai mai se per finta o per davvero, ritrovandosi per due volte distesi e intrecciati l’uno all’altra, la prima volta parlandosi tutta la notte senza far parlare i corpi, e la seconda viceversa, dove parlano i corpi e le parole tacciono? Il tutto, in un intreccio famigliare degno del più conformista e ortodosso politically correct hollywoodiano. Questo perché il cast dei personaggi vive, si muove e si relaziona all’interno di una cornice di ville di lusso, barche grandi e piccole, abiti super eleganti, torte matrimoniali da un metro e mezzo, cibi raffinati, e così via. Il tutto avviene in un mosaico da settimanale illustrato così di seguito composto. Per ordine di anzianità, compaiono nella storia due coppie di genitori di mezza età, una rigorosamente mista, con lei che gioca ai chakra; l’altra costituita da puri yankee etero. Le due coppie corrispondono rispettivamente ai genitori dei vari protagonisti. Quella mista ha una coppia di figli, uno più “scuro” dell’altro, con lei che per l’appunto va in sposa in un matrimonio gay a una figlia, sorella di Bea, degli yankee “woke”, mentre il figlio della prima divide un bel loft a New York City con Ben. Laddove quest’ultimo è il testimone di nozze della sorella gay dell’amico, figlia sempre della coppia mista. Se non avete capito, poco importa: andate a vedere il film se credete.

Ovvio che la favola sia a lieto fine, con lui che abusa di un volo di stato per convolare da lei, dopo un tuffo da una scogliera alta quasi cento metri (vedi i poteri del principe?). Ma il punto non sta qui. Il centro di tutta la faccenda, infatti è il seguente: perché due anime quasi perfette, fatte davvero l’una per l’altra, si costituiscono parti civili contrapposte e quasi nemiche? Facile: perché così un solo bacio finale tocca quel limite irraggiungibile della perfezione di coppia. Come accade negli struggenti film d’amore degli anni Cinquanta: né più, né meno. Tutti gli intervenuti al matrimonio gay, a fasi alterne, cercano di unire Ben e Bea, perché la finiscano di turbare lo spirito e le atmosfere idilliache del momento. Nel frattempo, i due genitori woke vedrebbero volentieri la figlia scegliere un altro ragazzo assai poco palestrato, ma così bellino e colto, che piace molto di più a mamma e papà di quella mostra di bicipiti alla Braccio di ferro, che corrisponde al nome di Ben. Ad agitare le acque intervengono un altro palestrato tutto muscoli e scarso cervello, ragazzo provvisorio e precario di una bellissima ex di Ben, che per l’occasione si pente della sua scelta di abbandono e tenta la riconquista a spese di Bea, finta odiatrice di Ben. C’è da dire che tutta la trama è priva degli ingredienti fin troppo ricorrenti ai tempi d’oggi, come droga, sesso, violenza.

E nemmeno il denaro, che si dà per scontato si abbia, ha nessuna importanza. Il mondo è chiamato a guardare questo sfoggio di lusso e superficialità, che va oltre ogni immaginazione, senza per forza doverlo criticare, ricorrendo agli argomenti triti e ritriti dell’ingiustizia sociale. È, in fondo, la presa d’atto di una cosa che esiste, a prescindere dai discorsi sul capitalismo e la ricchezza. Come nelle favole classiche esistevano i castelli dei principi e tutt’intorno al feudo si dilatava una miriade di borghi poverissimi di contadini, che si nutrivano a stento, a fronte del lusso sfrenato sfoggiato dai padroni delle loro terre, e che sempre loro, con il proprio lavoro di semischiavitù, contribuivano a mantenere. Il mondo da allora non è assolutamente cambiato. Facciamocene una ragione, lasciando che i cultori del genere paghino il biglietto, se lo desiderino.

Aggiornato il 24 gennaio 2024 alle ore 03:30:37